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William Scott - la voce dei colori

17 Mar 2005 - 7 Mag 2005

Opere

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Giovedì 17 marzo 2005 alle ore 18.30, presso Lorenzelli Arte, si inaugurerà una mostra di opere dell'artista inglese William Scott.

Esposti venticinque lavori tra oli su tela e gouaches, di medie e grandi dimensioni, realizzati tra gli anni '50 e gli anni '70.

William Scott è un artista di chiara fama, abbastanza raro per il pubblico italiano, la cui opera si avvicina, per sensibilità e completezza, alle principali correnti astratto-informali protagoniste del secondo dopoguerra europeo. Una “stagione ricca di fermenti” la definisce Luigi Lambertini nel bel testo di presentazione in catalogo, che l'artista seppe appunto “riproporre”, nel suo lavoro, “insieme agli apporti di una pluralità di elementi della tradizione” che si possono rintracciare, come suggerisce, sia nella lezione di un Morandi che, andando ancor più a ritroso, in quella della pittura di uno Chardin.

“Costanza nell'indagine formale”, “sensibilità tutta anglosassone” e la capacità di captare fermenti culturali anche aldilà della propria terra (frequenti i viaggi: in Francia, in Italia, negli Stati Uniti negli anni cinquanta e, anche più tardi: in Messico, Australia, Canada e a Singapore), sono questi i dati connotativi della pittura di William Scott, il quale ebbe rapporti proficui anche con Pasmore, e grazie al quale l'artista “da un certo momento in poi poté decantare ulteriormente le sue immagini da qualsiasi precisazione oggettuale, pur senza negare il dato di partenza” (Lambertini).

Osservando più da vicino l'opera di Scott, l'autore del testo scrive inoltre, che “Le forme e gli spazi” di queste particolarissime opere, “cantano con la voce dei colori” creando “una cromatica polifonia in atto proprio nella definizione delle zone di ciascuna composizione”, dove “le pennellate sono fluide e corpose di luci dalle sotterranee vibrazioni”. “La voce dei colori”, non a caso, è il titolo di questa mostra.

Le opere di William Scott sono ospitate nei più importanti musei e collezioni private di tutto il mondo.

Titolo: La voce dei colori

Autore: Luigi Lambertini

William Scott è riuscito a conciliare due fattori che Kandinskij considerava separati. Ha saputo far coincidere la realtà oggettiva a quella necessità di risonanza interiore che, secondo il grande russo, è l’unica indispensabile a “legittimare una forma”. Ciò è avvenuto, con una sensibilità e una misura – altra dicotomia superata – anche nelle opere in cui il riferimento al modello è più che evidente.
Si prendano ad esempio, fra i quadri che formano l’attuale esposizione, le due prime nature morte dipinte fra il 1954 e l’anno seguente, vale a dire la tempera su carta dalla quale emergono sagome di oggetti in tutta la loro quotidianità e la Natura morta sulla tavola. In entrambe le opere, lo spazio, che i colori definiscono, è ambivalente nel suo modo di essere. Si tratta di uno spazio-colore che, risonante, ingloba e avvolge con i suoi spessori alla stessa stregua di come lascia erompere le forme medesime dal suo pulsare denso e buio, ora di un blu notte tendente al nero, ora impastato di terre sempre più scure. Questo spazio-colore, insomma, è parte integrante, meglio, è il luogo di atrettanti accadimenti in sé che automaticamente si trasformano in nuove situazioni. William Scott li ha fatti vivere, li ha resi concreti, li ha proposti, grazie a una tavolozza ricca di echi e di vibrazioni che scaturiscono dal profondo per espandersi ben oltre la superficie dei singoli dipinti. C’è dell’altro ancora e sulle prime sembrerà di segno opposto.
La Natura morta con i limoni (1955) e la successiva Natura morta sulla tavola nera (1956) potrebbero indurci a pensare, rispetto a quanto sinora affermato, a una sorta di controcanto, addirittura a un ritorno alle origini per come le forme sono state plasmate. Sto pensando, e il tutto senza eccedere, alla rigorosa corposità di Cézanne e a singolari coincidenze con talune opere di Nicolas de Staël, coincidenze, queste ultime, che saranno in seguito piuttosto ricorrenti e, pertanto, davvero utili nella considerazione delle rispettive opere.
Fin qui c’è poco da eccepire se non subentrasse un dubbio. È davvero un controcanto, un ritorno alle origini o è, piuttosto, uno scavo, un processo di affinamento? La risposta, procedendo com’è inevitabile per grandi linee, viene dubbio suggerita della Natura morte con casseruola (1957). La forma dell’oggetto e delle altre cose che la circondano è perentorio, ma i contorni non sono più netti: Le linee e le forme sono sfrangiate da ritmi inesatti e possono anche essere lette quali anticipazioni dei modi ora appannaggio del lessico transavanguardista. Ma su questo non è certo il caso di dilungarci. Meglio proseguire e fare subito presente che Scott ormai sta per frantumare l’immagine a favore di una presa di possesso autonoma. Il colore quale presenza è alle porte. È sufficiente fare riferimento alla Composizione del ’58 e all’altra intitolata e datata 17 aprile 1960. Da esse promana una concretezza tutta mentale di forme plasmate da un colore che le fa proprie e, con immediato sortilegio, le trasfigura. Ne discende una dialettica che, se da un lato può apparire bloccata, dall’altra provoca un ulteriore interscambio per l’intersecarsi di tonalità dai cui accostamenti - non è certo una contraddizione - nascono perfino forti dissonanze timbriche.
Le forme e gli spazi - le opere seguenti lo dimostreranno con maggior rilievo - cantano con la voce dei colori e creano, addirittura, quella che definirei una cromatica polifonia in atto, proprio nella definizione delle zone di ciascuna composizione. Le pennellate sono fluide e corpose di luci delle sotterranee vibrazioni. Più che opportuno cade, dunque, il rinvio sia alla lezione di Morandi sia a quella, risalendo ancora più a ritroso, di Chardin. Il colore per William Scott non è soltanto pigmento in sé, è emozione e sentimento tradotto secondo uno slancio vitale costantemente tenuto sotto controllo.
Se questo è dovuto alla sua costanza nell’indagine formale, gli va peraltro riconosciuto il merito non marginale di avere saputo riproporre assieme agli apporti di una pluralità di elementi della tradizione - come si è appena visto - il clima di un’epoca così ricca di fermenti, quale il secondo dopoguerra.
È sufficiente menzionare, sia pure a livello d’indicazione, assieme alla sua sensibilità tutta anglosassone, quanto andò captando oltre i confini della sua terra e non solo. Ricorderò così, assieme ai viaggi in Francia, in Italia e negli Stati Uniti, i fondamentali rapporti con Victor Pasmore. Grazie al pittore di Chelsam, Scott, da un certo momento in poi, poté, infatti, decantare ulteriormente le sue immagini da qualsiasi precisazione oggettuale, pur senza mai negare il dato di partenza. Le sue composizioni allora assunsero, via via, i ritmi di un’astrazione definita e il rapporto tra le forme si aprì a una dialettica intima e costruita, a un dialogo a distanza di trame mentali e poetiche, riproposte con una sorta di silenzio sospeso. Veicoli di luce, di metafore della quotidianità e di stati d’animo rarefatti e costruiti, il pittore veniva ad affidarle alle sue tele e ai suoi fogli secondo un ordine che ne accresceva la già insita forza evocatrice. E qui verrebbe da chiamare in causa echi dell’opera di Rothko. Nulla di più giusto. Ma ciò deve avvenire senza eccedere. Quella di William Scott, come già mi pare di aver chiarito, è un’astrazione dalla realtà e non certo una creazione autonoma e mentale, sia pure attraverso tutte le tensioni esistenziali che si vuole.
Nel suo lavoro c’è sempre una presenza di memorie filtrate per gradi attraverso rimandi e riflessioni in cui la pittura è sì il mezzo, ma principalmente è il fine. Le due Composizioni, entrambe del ’58 - una a tecnica mista, l’altra a tempera - la Composizione in blu del 1960 e l’altra Composizione 2, dello stesso anno, manifestano in modo evidente tutte le premesse - non dimentichiamo neppure la Composizione ad acquerello, sempre del ’60 - che troveranno la loro compiutezza negli anni seguenti, Etruscan memory n°2 (1972), sotto questo profilo, costituisce ben più di un’indicazione. L’atmosfera che in essa comprende le cinque forme lunari (?) vibra di una luce intima e sospesa. È una visione che si perde in un afflato, rarefatto e definito, che ci accoglie e ci trasporta in una dimensione metafisica, in un silenzio opaco, misterioso e solenne.