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Ronnie Cutrone - tataboo

2 Ott 2003 - 22 Nov 2003

Opere

Elenco opere »
Ronnie Cutrone
A Little Help From my Friends
acrilico e collage su tela
cm 71.7x66
2003
Ronnie Cutrone
American Pie
acrilico su tela
cm 76x61
2003
Ronnie Cutrone
Flash
acrilico e collage su tela
cm 177,8x119,5
2001
Ronnie Cutrone
"Cross" Burn
velluto e bandiera americana su tela
cm 50,8x50,8
2002
Ronnie Cutrone
Strawberry Spider Cone
acrilico su tela
cm 76x61
2003
Ronnie Cutrone
Zabriskie Point
acrilico e collage su tela
cm 61x76
2003
Ronnie Cutrone
Soft Superman
acrilico e collage su tela
cm 61x76
2003
Ronnie Cutrone
American Mask
acrilico, collage e bandiera americana su tela
cm 76,2x91
2001-2002
Apostle n.2
acrilico e collage su bandiera americana
cm 76x51,5
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.12
acrilico su bandiera americana
cm 92,5x56
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.1
acrilico, collage e bandiera americana su tela
cm 90x56
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.4
acrilico e collage su tela
cm 76x56
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.5
acrilico e collage su tela
cm 51x76
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.6
acrilico e collage su tela
cm 71x92
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.7
acrilico su sacco per mangimi
cm 76x76
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.8
acrilico e collage su tela
cm 76x61
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.9
acrilico e collage su tela
cm 61x76
2000
Ronnie Cutrone
Apostle n.10
acrilico e collage su tela
cm 91,5x76
2000
Ronnie Cutrone
"Cross" Good Year
acrilico e collage su tela
cm 50,8x50,8
2002
Ronnie Cutrone
"Cross" Hendrix
acrilico e collage su tela
cm 50,8x50,8
2002
Ronnie Cutrone
"Cross" Rose
acrilico e collage su tela
cm 50,8x50,8
2002
Ronnie Cutrone
Daredevil
acrilico e bandiera americana su tela
cm 152,4x91,5
1999
Ronnie Cutrone
David and the Corporate Structure
acrilico e serigrafia su bandiera americana
cm 368x237
1987
Ronnie Cutrone
Diabolik Creamsicle
acrilico e collage su tela
cm 71,7x61
2003
Ronnie Cutrone
Hot Fudge Sundae
acrilico e collage su tela
cm 97x73
2002/03
Ronnie Cutrone
Ice Cream Sundae
acrilico su bandiera americana su tela
cm 142,2x101,6
2001
Ronnie Cutrone
Itsy Bitsy Dirty Bomb
acrilico su tela
cm 81,3x56
2003
Ronnie Cutrone
Oom!
acrilico su bandiera americana su tela
cm 177,8x127
2003
Ronnie Cutrone
Purple Cross
acrilico e collage su tela
cm 127x101,6
2000
Ronnie Cutrone
Red Cross
acrilico su bandiera americana e velluto
cm 142,2x91,4
2001
Ronnie Cutrone
Silver Surfer
acrilico su sacco per mangimi su tela
cm 172,7x106,7
1999
Ronnie Cutrone
Sorcerer's Apprentice-Alchemy
acrilico su bandiera americana
cm 152,4x98,5
1999
Ronnie Cutrone
Spider Sale
acrilico e collage su tela
cm 76x61
2003
Ronnie Cutrone
Sunshine Superman (Green Lantern)
acrilico e collage su bandiera americana su tela
cm 162,6x101,6
2001
Ronnie Cutrone
Tatabu
acrilico e collage su tela
cm 182,9x132
2000
Ronnie Cutrone
The Lone Ranger
acrilico e collage su bandiera americana su tela
cm 173x107
2000
Ronnie Cutrone
The Phantom
acrilico su quilt
cm 152,8x112,8
1996/99
Ronnie Cutrone
Thor
acrilico e collage su tela
cm 152,4x101,6
2001
Ronnie Cutrone
Happy Valley
acrilico e serigrafia su tela
cm 214x179
1985/86
Ronnie Cutrone
"Cross" Carnivale
neon e acrilico su velluto
cm 50,8x50,8
2003
Ronnie Cutrone
Saint George and the Appropriation
acrilico e serigrafia su tela
cm 300x470
1987
Ronnie Cutrone
Living Water
acrilico e serigrafia su tela
cm 229x316
1985/86
Giovedì 2 ottobre 2003, alle ore 18.00, Lorenzelli Arte inaugurerà una mostra personale di nuovi lavori dell'artista statunitense RONNIE CUTRONE.

Verranno esposte più di quaranta opere di grande formato alcune delle quali appositamente create per questa nuova esposizione milanese.
I famosi acrilici su tela e su bandiera americana, la serie degli Apostles per altro già esposti (San Martino Valle Caudina 2000) e le nuove opere che riflettono in maniera personalissima la visione dell'artista dopo le stragi dell'11 settembre 2001, sono il filo conduttore di questa mostra che lo stesso Cutrone ha voluto battezzare “Tataboo”, sorta di vocabolo onomatopeico ripreso dal linguaggio infantile, che l'artista intende appunto “omaggiare” (vedi testo in catalogo). I Superheroes, Crosses, Ice Creams and Explosions, sono le nuove serie di opere cardine dell'esposizione, e come già si evince dai titoli, esse rappresentano una sorta di contraltare tra l'ottimismo, la “gioiosa spensieratezza” tipicamente “americane” e quei fatti purtroppo tristemente noti, che certamente hanno lasciato un segno indelebile nella cultura e nel modo di vivere non solo statunitensi. Questo singolare gruppo di opere fa quindi da contraltare tra la visione tragica dei dipinti espressamente dedicati alla tragedia e un punto di vista infondo positivo. Queste opere che non escludono i fatti, nemmeno sembrano ignorare, di contro, l'eventualità di una possibilità di riscatto.

Il lavoro di Ronnie Cutrone è da sempre molto vicino al mondo infantile, è carico di humor e di ironia, è di grande interesse attuale e testimonia la straordinaria vitalità dell'immagine. Attraversando la stagione americana del graffitismo dei primissimi anni '80, pur senza farne parte, concentrando la ricerca al linguaggio dei fumetti e della cultura popolare e con la sua rivisitazione personalissima della Pop Art, il lavoro di Cutrone si esprime via via attraverso una lettura ludica e disincantata di segni – e perché no – di sogni, che si esplicitano in un linguaggio a tratti intenzionalmente dissacratorio toccando anche temi politici: è appunto il caso della sezione di lavori scelti per questa mostra che si ispirano agli attentati di New York, città in cui Cutrone è nato ed ha sempre vissuto, e della quale ha respirato il senso di ciò che per lui rappresenta la “cultura americana”.

Sarà presente l'artista.

Chiusura della mostra: 22 novembre 2003.

NOTA BIOGRAFICA: Ronnie Cutrone nasce a New York City nel 1948.
Tra il 1966 e il 1970 ha studiato alla School of Visual Art di New York e dal 1972 è stato per dieci anni assistente di Andy Wahrol alla Factory. Vive e lavora tra New York e Lake Peaksville (NY).
MOSTRE: L'ultima mostra personale dell'artista presso lorenzelli arte risale al maggio-giugno 1995 (catalogo lorenzelli arte - Charta n°71). Dopo tale evento sue opere sono state incluse più volte anche in mostre collettive promosse dalla galleria stessa.
Tra le presenze dell'artista in Italia si ricordano quelle da Lucio Amelio, Napoli 1982; Salvatore Ala, Milano 1984 e 1987; Galleria Rinaldo Rotta, Genova 1998, e quelle ben più esaustive, a carattere museale, presso Palazzo Bricherasio, Torino 1999; Museo di Castelnuovo Napoli, poi Chiostro del Bramante, Roma 1997.
Si ricorda altresì una recente mostra che ha toccato diverse sedi in musei sudamericani (1998) (cat).
Segnaliamo inoltre che una grande opera di Cutrone è stata appena acquisita dal Brooklyn Museum of Arts di New York.
Sue opere figurano infine nei più importanti musei e collezioni private.

Disponibile in galleria catalogo con circa 40 ill. col., it./ingl, con testo di Ronnie Cutrone e AA.VV., lorenzelli arte n°104.
Per ulteriori informazioni telefonare in galleria: Sara Zolla – lorenzelli arte.

Titolo: TATABOO - Apostoli, Supereroi, Gelati, Croci e Esplosioni

Autore: Ronnie Cutrone

“Tatabu” è una parola che viene dal linguaggio segreto di un bambino. Il legame tra parola e immagine è sempre un linguaggio secreto e soggettivo in un bambino molto piccolo; si perde per sempre quando il bambino cresce e dimentica che nomi dava alle cose prima di conoscere il linguaggio con cui comunicare con gli altri.
Prima che il bambino si conformi a un linguaggio, è veramente creativo.
Crea parole uniche per le persone e gli oggetti.
LucreziaMelina Lorenzelli, figlia di Matteo Lorenzelli, aveva un anno e mezzo nel 2000. Chiamava tutte le distese d’acqua “Tatabu”. Anche se le dicevi il vero nome dei fiumi, dei laghi, persino dell’oceano, lei sorrideva, puntava il dito e ripeteva “Tatabu” ogni volta che vedeva l’acqua.
Trovo affascinante, e insieme dolceamara, l’idea che l’innocenza percettiva di un bambino sia sempre creativa prima di sottomettersi alla conformità.
Mi è dolce pensare che siamo originali e creativi nella nostra giovane meraviglia ad occhi spalancati, ed è amaro imparare e conformarsi, e inevitabilmente dimenticare quella meraviglia.
La perdita dell’innocenza e lo sforzo di controllare la meraviglia sono remi costanti nel mio lavoro.
Questa per me è l’ironia della Pop Art.
La sfida è sempre di accedere a quelle immagini e memorie, e di filtrarle sulla tela attraverso la mente adulta.
Spesso il significato delle immagini cambia quando le vediamo da adulti, perché portiamo con noi paura, sofferenza, esperienza e conoscenza.
Ciò che chiamiamo realtà.
Noi speriamo che queste esperienze ulteriori dell’età adulta possano portare alla spiritualità e alla saggezza, ma se non è così, siamo perduti; non riusciamo più ad accedere alla meraviglia.
Il mio compito nello studio è tentare di accedere alla creatività prima della Scuola d’Arte – prima del sistema dell’arte – prima del dolore della vita.
Il mio scopo è accedere alla meraviglia del bambino, piangere la perdita dell’innocenza, capire il senso di tutto questo da adulto, e infine lasciare che il bambino mi insegni un nuovo linguaggio.
In altre parole, dipingere con un piede nel mondo reale e l’altro in “Tatabu”.
Sono sempre e innanzitutto un Artista Pop.
Le immagini verso cui sono sempre stato attratto sono quelle della cultura Pop, sia che celebrino la società, sia che la critichino, sia semplicemente che la osservino.
Come un bambino, sono sempre eccitato e ispirato da colori e forme accesi, brillanti, audaci.
Ce l’ho nel sangue da Coney Island, Las Vegas, dai Fuochi d’Artificio a Warhol.
Allo stesso tempo, sono stato influenzato dai concetti del cinema, dalla spiritualità della musica, dalla qualità ipnotica della televisione, e dal dolore e dalla violenza nel mondo.
Questa mostra, come sempre nel mio lavoro, vuole mettere insieme queste influenze visive e cerebrali – cercare di mostrare entrambi i lati della medaglia.

Prima dell’11 settembre (1999-2001) dipingevo Supereroi e quadri “Anti Pop” sull’avidità consumistica e allo stesso tempo sulla decadenza spirituale. L’America era ricca e potente, e tuttavia avevo l’impressione che i suoi cittadini fossero imprigionati dalle corporazioni e ipnotizzati dal consumismo, intenti a scommettere in Borsa. Questi erano gli ultimi quadri che avrei dipinto nel ventesimo secolo, e volevo che riflettessero tutto ciò che ci è caro, i nostri ideali, ciò che abbiamo raggiunto e la nostra lotta.
Ero molto conscio della svolta del secolo, e volevo che i Supereroi riassumessero il secolo nel mio lavoro prima che entrassi in una nuova era nella pittura.

L’idea dei Supereroi sembrava anche un desiderio segreto per una rapida soluzione ai mali del mondo, così come io li percepivo.
Tanto tempo fa in America, Superman e Captain America sconfiggevano Hitler nei fumetti prima che la seconda guerra mondiale fosse finita.
Nel 1999 volevo che quei personaggi intervenissero nella politica mondiale e fermassero l’impero del male di Starbucks Coffee prima che si espandesse come cellule tumorali. Il sogno americano era più forte che mai, ma sembrava sciogliersi come il gelato.
Immagini di gelato che si scioglieva nelle mani di un bambino in una calda giornata estiva mi danzavano nella mente.

Pensavo molto al film “Fight Club”, ma continuavo anche a pensare a un vecchio film di Michelangelo Antonioni, “Zabriskie Point”. Nell’ultima scena di quel film, una bambina visualizza una grande esplosione in una casa che frantuma i prodotti del consumismo americano dal centro dello scoppio.
Il film termina con Roy Orbison che canta “L’alba sorge così giovane… i sogni iniziano così giovani... e se vivi solo oggi… il giorno può finire presto, ma c’è un luogo dove i sogni rimangono giovani”.
Credo che quel luogo sia “tatabu”.
Sono sempre stato influenzato da Fellini e Antonioni. Li considero cineasti pop esistenziali.

Dopo l’11 settembre il mondo cambiò, almeno a New York, e le esplosioni sembravano più cocenti che mai. Vedevo anche il simbolo della Croce Rossa dappertutto, in televisione e per la strada, compresi i vecchi film che guardavo. Tutto iniziava a unirsi nel lavoro che stavo preparando.
Supereroi, esplosioni e gelati sono temi tradizionali nell’iconografia Pop, ma l’inserimento della Croce Rossa aggiungeva il margine della contemporaneità a questo corpus di lavoro, e sembrava avere senso, date le mie influenze, la mia storia Pop personale, lo stato del mondo.
Abbiamo tutti bisogno di Aiuto!

Gli “Apostoli” sono lavori precedenti, ma si rivolgono agli stessi temi di vulnerabilità umana e di Supermen che portano aiuto ai sofferenti.
Ho deciso di metterli insieme per questa mostra.
Gli Apostoli, Supereroi, Gelati, Croci Rosse e Esplosioni, così come li vedo nel mondo reale.

Una delle meraviglie della Pop Art per me è che nella nostra celebrazione di celebrità e prodotti perdiamo la direzione, ma quando la ritroviamo, ci rendiamo conto che amiamo i nostri simboli, le forme e i colori della libertà, e – speriamo – l’un l’altro.
Una volta ancora, l’ironia del Pop per me è che possiamo cadere ed essere risollevati dalle stesse cose, ancora una volta e poi ancora.

Per me il fatto che possiamo piangere e celebrare noi stessi allo stesso tempo è molto umano, e molto Pop.

Sia che galleggiamo, sia che anneghiamo, siamo sempre in “Tatabu”.

Titolo: TATAB…OOM…OM - Una specie di fiaba.

Autore: Maurizio Medaglia

C’era una volta una città che tutti chiamavano “grande mela”, cresciuta sopra ad un albero invisibile davanti ad un grande mare che tutti chiamavano Oceano: tutti tranne una bambina di nome LucreziaMelina, che quando vedeva l’acqua la chiamava tatabu… Una città con un’isola piena di torri altissime al suo centro, talmente alte che tutti nel mondo potevano immaginarle senza doverle vedere: e poi strade che incrociavano strade a migliaia per miglia e miglia e bandiere bianche, rosse e blu piene di cieli stellati e fiumi con minuscole pepite ( oro ? ) che scendono con la corrente e parchi verdi pieni di rose, di farfalle e di piccoli uccelli chiamati picchi (un po’ picchiatelli…); e poi bibite dolci e fresche e bubble gum, pop corn e gelati colorati, cartoni animati e nuvolette piene di pioggia, di sole e di parole che in molti chiamavano “fumetti”… Dovete sapere che per le strade di questa città camminavano uomini coi piedi per terra che avevano camminato sulla Luna… E sapete qual’ è stato il libro più conosciuto in questa città ? Uno di quei libri che tutti conoscono ma che pochi leggono e pochissimi capiscono? Si chiama Bibbia: e in questa Bibbia si raccontano storie fantastiche con dei titoli come: Genesi, Rivelazione di Gesù Cristo, Apocalisse, ecc. ecc. Ma c’è una storia in questo libro ( scritto dagli uomini per cercare di non essere ciò che sono…) che davvero tutti conoscono e che racconta di un Creatore, di un uomo e di una donna in un giardino con un albero con una mela e un serpente sopra. Forse l’albero è quello invisibile su cui è cresciuta la “grande mela” visibile a tutti con le sue torri e le sue strade; magari il serpente pericoloso per l’uomo e per la donna è già morto da migliaia di anni… E’ la mela che è in pericolo: perché per le mele il pericolo viene dai bruchi e non dai serpenti; e bisogna sapere che nella “grande mela” ci sono dei gatti felix-felici e con gli occhi azzurri, che però hanno delle code che possono staccarsi dal loro corpo e trasformarsi in bruchi neri…

Ora non è che tutto ciò che una volta c’era in questa città ( angeli, demoni, apostoli, profeti e supereroi senza paura compresi…) non c’è più. Però è accaduto qualcosa, qualcosa di peggio di un incantesimo, che ha reso tutti tristi: anche i gatti felix-felici ma rimasti senza code… E’ successo che due aeroplani trasformatisi all’improvviso in croci-volanti infuocate hanno buttato giù le due torri più alte della città, uccidendo migliaia di donne e di uomini e impolverando tutto e tutti: anche il cielo e le bandiere con il cielo stellato dentro. Una cosa orrenda ! Una cosa che ha spaventato anche gli orchi, i babau e i lupi mannari di tutto il mondo. Poi sono arrivati i bruchi neri e là dove una volta c’erano le torri ora c’è un grande buco nella “grande mela” bacata; e lì intorno gli incroci che le strade formavano incontrandosi tra loro, insieme alle speranze della gente, si sono trasformati in croci bruciate… Ma per fortuna i bruchi possono ridiventare delle scodinzolanti code di gatti felix-felici e i bambini potranno continuare a chiamare l’acqua dei fiumi, dei laghi, dei mari, degli oceani, della vita tatabu, proprio come LucreziaMelina: oppure con tanti altri nomi e suoni ancora più strani e magici … E così ci sarà sempre una “grande mela”, così grande da poter sfamare tutto il mondo.

La morale della fiaba ? Mah… Forse questa specie di fiaba un po’ speciale non ha una morale: come fa infatti ad avere una morale il futuro che c’è nei bambini e nei sogni ?
Grazie al cielo ci sono in giro tipi come Ronnie Cutrone che ascoltano ancora la lingua segreta dei bambini e dei sogni, anche quando raccolgono pezzi di cielo stellato dalla polvere dei crocevia trasformati in croci, nel tentativo di ridare un volto a ciò che l’ipocrisia e la violenza hanno ridotto ad una maschera. Prendete “American mask” (2001-02): una “Stars and Strips” di otto stelle e quattro strisce; una bandiera oltre la bandiera, ridotta all’essenziale ( perché non è il numero, la quantità di strisce e di stelle a contare ma la loro natura, i loro principi, la forza che le tiene nel cielo per chi esce da un qualsiasi inferno “a riveder le stelle”, proprio loro…); uno sguardo azzurro di Felix Cat di cui restano, al contrario del gatto di Alice nel Paese delle Meraviglie – ricordate ? – di cui restano solo gli occhi e le orecchie: uno sguardo blu tra le strisce bianche e rosse; e poi, nelle strisce, uno strisciante racconto-orizzonte di marchi che i principi, più che i dollari, hanno trasformato in simboli: in ciò che unisce, che s’oppone a ciò che vorrebbe dividere e spezzare: il simbolico contro il diabolico… Perché quello che resta di una bandiera, nelle mani di chi crede nei sogni e nei bambini, possa farne molte altre nel vento della Storia: magari diverse ma, nelle diversità e nelle avversità, unite…

E un po’ della stessa sostanza simbolica della bandiera di Cutrone qui rammentata, è fatto anche il titolo di questa specie di fiaba un po’ speciale: Tatab…oom…om : un’onomatopea che acquista senso perdendolo; un’eco, da sinistra a destra, da Ovest a Est, che si trasforma e riassorbe da suono distruttore ( “ Boom ! ” ) riecheggiante ( l’ “oom” di un altro lavoro di Ronnie realizzato quest’anno e presente in questa mostra ), in risveglio spirituale ( l’ “Om”… ), gesto creativo, Verbo della creazione, della rinascita, della generazione universale… E tutto ciò grazie al piccolo grande miracolo di una parola pronunciata da un bambino: tatabu…


Milano - Cassibile (Siracusa, Sicilia), Luglio 2003.

Maurizio (medaglia) oiziruaM


Nota:

per un articolato punto di vista critico sul lavoro di Ronnie Cutrone, chi scrive rimanda il lettore ad un testo dal titolo Ramogna in “felicitas temporum”, stilato nel giugno del 2000 in occasione di una mostra del Nostro alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di San Martino Valle Caudina, nel beneventano ( “ Materiale Immateriale ”, Jim Dine-Ronnie Cutrone, a cura di M. Medaglia ).
In quel testo e in quel titolo, in particolare, si faceva riferimento, a poco più di un anno dai tragici eventi newyorkesi che sarebbero seguiti nel settembre del 2001, ad una “ramogna” ( voce antica e d’etimo ignoto ) lungo l’Appia antica, coast to coast, intesa come ‘cammino’, ‘viaggio’, ‘augurio’ o ‘armonia e pace’ ( “a sé e a noi buona ramogna”, Dante, Purgatorio XI, vv.25-26), in un tempo simile a quello traianeo ( 98-117 d.C.) : in felicitas temporum…
Una “ramogna” in compagnia delle parole di un poeta come Rocco Scotellaro, che guardava “Il cielo a bocca aperta” aldilà d’ogni provincialismo ( “tra i due fratelli non ho scelto con chi stare… mi piace andare dalla città al paese e dal paese alla città…” ), ed al richiamo ad un nuovo mos maiorum, ad una nuova etica collettiva e unitaria avversa ad ogni forma di individualismo ma non all’individuo, popolare, Pop, ma non populista, che ispira il lavoro di Ronnie Cutrone
( “ siamo tutti un unico popolo, questa è l’unica realtà sana ”…) .
Una “ramogna” che iniziata allora con la serie degli “ Apostoles, # 1- # 12 ” ( serie riproposta in questa mostra ), continua a snodarsi tra i bivi pericolosi di una “globalizzazione” squilibrata e i pregiudizi deliranti sul “Nuovo Mondo” vecchi quanto il “Vecchio…” . ( Tanto che dopo l’ 11 settembre 2001 continua a valere, purtroppo, l’analisi di A.Gerbi relativa a “ La disputa del Nuovo Mondo. Storia di una polemica, 1750-1900 ”, Adelphi, 2000 ).
Ma per chi dai bivi non si fa distrarre, nonostante il terreno molto occidentale e accidentato, per chi guarda questa mostra, a “ Tataboom ”, risulterà difficile credere che il popolo fatto dai popoli ma che rispetta gli individui, il popolo che amava la luna tanto da salirci sopra, non possa o non voglia accogliere la Luna degli altri popoli della Terra nel suo cielo stellato.
Mi trovo a pensare e a scrivere queste cose in un luogo della Sicilia ( TriBeEu: Triangle Before Europe… ) dove tra il 3 e l’ 8 settembre di sessant’anni fa giusti giusti, due popoli si diedero la mano e si diedero una mano… Un luogo visto soltanto qualche giorno prima a Milano, alla Lorenzelli Arte, in un frammento di mappa incollato da Ron proprio nel lavoro intitolato “ tatabu ” ( 2000 ) ; un frammento strappato e incollato di “mappa” non ridotta in “pappa”, questo, che indica chiaramente che con il (B)oom di Cutrone siamo allo S- POP ! Cutrone rappresenta non tanto uno dei tantissimi “post-pop” di maniera in circolazione, quanto un “de-pop”; egli è “depopizzante”: svuota il Pop warholiano del vuoto comunicativo che lo caratterizzava ( quella sua atarassia in media res…, quella sua distaccata indifferenza tra le cose che lo segnavano enfaticamente e nelle quali, con distacco, si identificava completamente in un mimetismo totalizzante e annichilitorio ). Lo S-POP di Ron, invece, è partecipativo: il suo mimetismo iconico e iconolatra è stemperato da una pratica leggera e frammentista del collage realizzato con la colla un-artist della messa in relazione. Con Ron, dopo la sbornia Pop di un realismo fantasticante, si torna alla realtà attraverso una fantasticheria realista. Egli è il giorno dopo del Pop, senza essere del Pop un postumo a posteriori.

Titolo: CORN FLAKES A COLAZIONE

Autore: Alberto Zanchetta

“Colazione dei campioni” (persuaderebbe uno slogan). Campioni di giustizia, paladini dell’umanità, eroi e super-eroi: il Diavolo rosso, il Ranger solitario, l’Uomo Mascherato; il Surfista d’argento, la Lanterna verde, la Folgore. Un crogiuolo a metà tra l’umano e il mito. In bilico tra l’apogeo della tradizione orale che - congiuntamente al lascito letterario - ci ha tramandato il terrore di manticori, minotauri, centauri, sfingi, arpie, e il baratro finalmente sdrammatizzato dalla comunicazione mass-mediatica, dal divertissement di una fauna antropomorfa, zoo che Cutrone acquisisce come araldica moderna sulle bandiere americane. E benché le “stelle e strisce” (quanto pure le texture dei quilts) annullino la profondità pittorica, viceversa offrono contestualità alle fittizie icone dei comics/cartoons la cui conclamata funzione evasiva si contende, in antitesi allo star-system di hollywood e al business musicale, il primato pop. Accade così che Woody Woodpecker e Superman si trasformino in “testimonials” di un mondo in cui tutto è imballaggio, involucro social-cultural-economico.
Alla stregua di una confezione di cereali ove si affollano i personaggi dell’universo Marvel-Dc con l’entourage Disney-Warner, Cutrone sposta d’ambito e di senso la cultura di massa: Donald Duck invece di Duffy Duck? Mickey Mouse piuttosto che Mighty Mouse? Felix the cat anziché Krazy Kat? tutti e in egual misura assurgono a un vox populi la cui utenza accomuna i teenagers di ieri a quelli di vent’anni prima. Meticciato, di corn flakes e latte, che l’artista ottiene anche con l’uso del collage. Frammenti, ritagli di giornale, stendardi fatti a brandelli, cartamoneta ridotta in pezzi (biglietti da uno e dieci dollari che erano dipinti da Lichtenstein e Warhol e che ora rivendicano la loro autenticità) si cospargono nei quadri. Oppongono allo scollamento europeo della réclame d’affissione l’inserto mutilo di Cutrone il quale esercita lo iato primo del demiurgo/dell’artista che persegue come propri gli strumenti chirurgici - dal forcipe al bisturi - operando in presenza di un’anestesia a lungo inoculata dalla società di massa, e per la quale il tubo catodico si continua nel nostro tubo digerente. Il prodotto di consumo proclamato dalla Pop Art diventa quindi consumo nutrizionale, volgare cibo per la mente; a difesa dell’indigestione visiva di valori omologati non rimane allora che l’atto della masticazione, che è la prima operazione della digestione: fagocitare cioè i contenuti per assimilarne gli stereotipi.
Se infatti Cutrone non fosse (solo) un nome si tradurrebbe in un lemma enciclopedico, compendio della più recente low-culture americana. Vi troveremo inventariate le griffe dello shopping pomeridiano, i proclami della cartellonistica e le lusinghe degli spot pubblicitari, i cartoni animati del mattino presto oppure i fumetti della sera prima. “Marchi di quantità” che ne hanno celebrato lo stile; lo status; quello della società che conosciamo riconoscendoci in essa. Paradossalmente: è [il] parlarsi addosso tramite il cinema, la televisione, la pubblicità. Mediante una centrifuga-aspirapolvere che si traduce in arte allorquando negli anni ‘50 e ’60, venuto meno l’affanno avanguardistico nell’épater le bourgeois, l’istinto “conservatore” ha ceduto all’indole del “consumatore”.
In quest’ottica Cutrone ricorre a un linguaggio fatto di labels, lo esaspera nell’onomatopea a partire da quella parola ghigliottinata che è il Pop: “scoppio” che si riassorbe fino all’implosione di un quadro quale ‘OOM... idioma che potremmo traslare in una corsa verso il caos, altresì in un apologo di restaurazione. In un urlo generazionale che consegna l’artista alla [ec]citazione della mercificazione autosignificante, al novero di ultimo grande interprete dell’arte “popolare”.

Titolo: TataBoom!!!

Autore: Ivan Quaroni

Preludio
– “Vieni subito” mi dice Matteo Lorenzelli. Nient’altro.
Sfreccio lungo Viale Fulvio Testi con una Fiat Uno Nera, come un rapinatore in fuga dalle pantere della Polizia.
Arrivo in galleria in Corso Buenos Aires all’ora di punta, quando il mondo intero torna a casa dal lavoro. Entro ed eccoli lì, stesi per terra, alcuni intelaiati ed altri no: sono parte di quella quarantina di opere che compongono la mostra di Ronnie Cutrone, uno dei più straordinari interpreti dell’Arte Pop americana. C’è tutto: le bandiere a stelle e strisce, i supereroi nelle loro sgargianti uniformi, i personaggi dei cartoon, gelati e torte che si squagliano, simboli, marchi, brand delle corporate, ritagli di giornale, piccole mappe e cartine geografiche e poi le croci… rosse, nere, porpora.
Qualcosa è successo.

E’ successo qualcosa?
In mezzo alle altre c’è una tela che non c’entra niente.
– “E quella cos’è?”.
Si chiama “Tatabu” (2000). Non c’entra niente, ma è fondamentale.
E’ un inizio qualunque, ma è un inizio. Come tutti gli incipit ha una storia a parte: dà il via, poi si ritira in un angolo e lascia che le cose succedano. E’ un inizio innocente, come una poesia o un filmino in Super 8. Innocente come avrebbe voluto essere lo sguardo di Ronnie Cutrone. Tatabu è il suono candido del bambino, il potere immenso di battezzare le cose.
In principio era il verbo.
E’ stata data una parola ed è nata una mostra.
Questa storia finisce qui.

Che cos’è una mostra.
Sono passati otto anni dall’ultima personale di Ronnie Cutrone in Italia. Ci sono state altre cose nel frattempo: mostre collettive, collaborazioni con altri artisti, importanti eventi museali. Tutte cose buone e giuste.
Questo è un capitolo nuovo, una tappa successiva, una volontà che prende forma. Una mostra insomma. Qualcosa che non nasce dal semplice computo del numero delle opere in possesso di un gallerista o di un collezionista.
La mostra è un’opera in sé. Questa, sparsa sul pavimento della galleria, s’intitolerà “Tataboo. Apostles-Superheroes-Crosses-Ice Cream and Explosions”.

Per prima cosa un sorriso
Sorrido. Io sono un bambino, capisco questa lingua.
Ecco i supereroi: Thor e Superman, Capitan America e l’Uomo Ragno, Hulk e Daredevil, Lanterna Verde e Silver Surfer.
Nei lavori di Cutrone si mescola tutta la grammatica visiva dei fumetti americani, dalla DC Comics alla Marvel, da Felix the Cat a Mickey Mouse e Woody Woodpeaker. Questa è la lingua Pop, la parlata dell’infanzia, quella che arriva giusto un istante dopo tatabu. Ronnie lo sa cosa significa Pop. Vuol dire che non c’è bisogno di essere laureati in Filosofia con una tesi su Wittgestein o Leo Strauss per capirla. Pop è ironia + riconoscibilità + cronaca.
Se l’arte pop potesse parlare direbbe semplicemente:
– “Questo è quanto! Potete mettervi a piangere o farci una risata su, questo non è un mio problema”.

Ambiguità
– “I’m sorry. I shouldn’t take out my problem on you”. “Mi dispiace, non posso buttarti addosso i miei problemi” recita la nuvoletta sopra il Dio del tuono (Thor, 2001). Il messaggio è ambiguo, le parole in neretto, ne ribaltano il senso. I Supereroi, come le divinità di tutte le mitologie, sono ambigui. L’ambiguità è psicologia complessa. Per questo sono nati i Supereroi con superproblemi della Marvel.

Qual è il problema?
L’arte Pop è americana. Ronnie è americano. L’America ha un problema. Tutto qui. La mostra è questo: uno sguardo innocente che accetta l’inevitabile e lo registra con disperata ironia. Lo anticipa anche.
Già prima dell’11 settembre il gelato cominciava a squagliarsi. Lo avvertivano tutti? Ronnie, da artista, qualche sentore l’aveva avuto, ma il bambino è innocente… fino all’ultimo non crede nei presagi che gli arrivano dal mondo magico. Gli incubi prendono forma già nei lavori del 2000, quegli “Apostoli” presentati a San Martino Valle Caudina.
L’11 settembre era ancora un incubo inimmaginabile, un’idea concepibile solo nel mondo dei fumetti, dove le due torri sono crollate chissà quante volte sotto i colpi dei supercriminali, ma qualche croce inizia a comparire già negli “Apostoli” del 2000. Le bandiere portano i segni delle bruciature ancor prima che l’incendio sia scoppiato. L’America brucia da dentro, consumata dalla lotta delle multinazionali e dall’ossessione per il dio-denaro. Sulle tele di Cutrone i dollari tagliati, i marchi delle corporate ricavati dai giornali (Visa, IBM, Mac Donald), pagine di elenchi telefonici, tutti i simboli del benessere statunitense stanno precipitando. Mickey Mouse precipita con essi (Apostle #1, 2000), non riesce più a orientarsi, non sa più dove guardare (Apostle #3, 2000). Felix the Cat precipita, Silver Surfer precipita… non si sa a che santo votarsi. Ci vogliono delle sentinelle, degli apostoli forse.

Help!
“Search” .
Bisogna cercare aiuto. Come il commissario Gordon quando lancia il Bat-segnale nel cielo cupo di Gotham City.
C’è un’immagine allarmante. Quelli a cui piace trovare messaggi profetici si sfregheranno le mani. In “Apostle #10” (2000) su Silver Surfer, dolorante al suolo, incombe l’immagine di un uomo infuocato che stringe i pugni con rabbia. Chi è costui? Un assassino o un altro supereroe vendicatore? Magari l’Uomo-Torcia dei Fantastici 4? Lo ripeto: i segni premonitori ci sono già.
La croce rossa in campo bianco è un simbolo universale che indica la presenza di soccorsi ovunque ci siano feriti, ma è anche un segnale di richiesta d’aiuto. La stessa croce cola sangue sotto il Leone di San Marco in “Apostle #4” (2000). Croci dappertutto nei quadri di questa mostra, ma non sempre con lo stesso significato. La croce, nella sua accezione religiosa, è il simbolo della fede, una fede non sempre pulita (Purple Cross, 2000), che ha sostituito l’effigie di Cristo con quella di George Washington sulla banconota da un dollaro. Talvolta è una fede ferita, crivellata dai colpi di un’arma da fuoco (Polka Dot Cross, 2002). Funeree, invece, sono le croci di “Apostle #5” (2000), opera ante facto, dove un gauloise senza macchia, saluta l’amata prima di partire per il fronte.
Infine la serie delle croci, drammatici emblemata dell’America di oggi. “Cross Burn” (2002), la più forte, emerge da una sbiadita bandiera americana, fuoriesce come carne viva sotto l’epidermide squarciata del sogno, ed è anche purple velvet, Velvet Underground. Questa è la grandezza di Cutrone, quella di testimoniare il proprio tempo e riferirsi contemporaneamente alla propria storia, quella della Factory. Come in “Cross Good Year” (2002), dove l’artista accosta al marchio della casa produttrice di pneumatici la famosa Banana dei Rolling Stone e, allo stesso tempo, incolla sulla tela il frammento di una fattura in bianco – forse un conto ancora da saldare – un numero 1, e una scritta “giant size”. America insomma. Poi c’è “Cross Rose” (2002), ancora una croce di soccorso, un segnale di speranza per la terra di nessuno, forse quella terra di cui “Cross Hendrix” (2002) racconta la storia.

America Felix
Il sogno americano è lo scenario sul quale si dispiega la vita dell’everyday man: le bandiere, i quilt e i vecchi sacchi di mangime Beacon. La Tradizione e i valori. Lo sfondo sul quale scorre la Storia, quella che subisce una brusca frattura l’11 settembre 2001: OOM! (2003).
Poco prima, il sogno era ancora lì, come una succulenta “American Pie” (2003) o come i gelati giganti di “Ice Cream Sundae” (2001) e “Hot Fudge Sundae” (2002-03). Immagini di ricchezza e benessere, d’innocenza forse… per chi ci crede.
Poi è cambiato tutto.

Supereroi: tra giustizia e vendetta
L’arte Pop non giudica: mostra i fatti, gli oggetti, i simboli dello status quo.
Mentre cammino lungo il perimetro della galleria guardo quei supereroi e vedo che sono cresciuti con me. Non sono più così moralmente monodimensionali. Sono passati molti anni dall’ Uomo Ragno dell’Editrice Corno. Erano gli anni Settanta e la psicologia dei Supereroi cominciava a complicarsi. Tra tutti solo Superman da una parte e Capitan America dall’altra conservavano la loro inossidabile fiducia nella giustizia e nella democrazia americane. Altri si occupavano di se stessi, dei propri drammi esistenziali: Peter Parker-Spiderman, Bruce Banner-Hulk, Bruce Wayne-Batman. Sulle testate DC Comics e Marvel i cross-over tra gli esponenti dei due diversi universi sono stati rari. Adesso li vedo tutti riuniti qui, sulle tele di Ronnie Cutrone. Non sono più fumetti, ma simboli dal valore segnaletico, come i cartelli stradali. In “Sunshine Superman (Green Lantern)” (2001), i due supereroi reagiscono diversamente alla tragedia, mostrando i due volti dell’America. Uno, quello di Superman, è placido e sicuro della propria forza invincibile, l’altro, quello di Green Lantern, risponde all’offesa con rabbia cieca, rappresentando, in qualche modo, la reazione viscerale del popolo statunitense, ma anche il più astuto think-tank neoconservative, quello dei falchi dell’amministrazione Bush. Da una parte l’Enduring Freedom, dall’altra l’Enduring War. La stessa dicotomia di senso si avverte nei nomi delle due super-formazioni Marvel-DC: Avangers e Justice League. Giustizia e Vendetta. Cutrone parla la lingua della massa. I suoi simboli sono scoperti e precisi, arrivano diretti.
Le opere dell’artista non fanno che registrare i sentimenti predominanti in USA: senso della giustizia e dell’orgoglio feriti, e necessità di reagire con tutte le forze. Siano Santi, Apostoli o Supereroi, qualcuno dovrà pur far tornare la giustizia nel mondo.
Già! Qualcuno. Ma chi?
Nell’ombra gli avvoltoi già si adoperano a trarre i maggiori benefici dal disastro, come forse i due loschi Felix the Cat di “Purple Cross” (2000)?
Andiamo, ognuno ricostruisca la storia a modo suo.
L’America ha bisogno di aiuto: che sia Il Cavaliere Solitario a fare da guardia, spianando la pistola sullo sfondo di un’ennesima flag (The Lone Ranger, 2000) o un Fantasma a staccarsi minaccioso dalle trame del quilt, a cavallo di un destriero (The Phantom, 1996-1999) oppure Devil (Daredevil, 1999) a mostrare il volto duro della vendetta, poco importa.
“E’ tempo di distruzione” direbbe Ben dei Fantastici 4.
E così è stato, mi sembra.

In Exitu
Esco dalla galleria e osservo che a Milano, a quest’ora, il cielo riesce sempre ad avere un indescrivibile colore viola. L’aria, invece, è quella che è.
Due immagini mi rimangono impresse, “American Mask” (2001-2002), lo sguardo attonito dell’America nei grandi occhi di Felix the Cat e “Sorcerer’s Apprentice – Alchemy” (1999), l’autoritratto dell’apprendista, il mago che con la bacchetta magica traccia nel cielo stellato strisce oro e argento. Ora, quell’apprendista stregone ha fatto un sortilegio, si è inventato una mostra magica ed irripetibile, e poi l’ha intrappolata tra due onomatopee: tataboo e oom!

Milano, sabato 6 settembre 2003