Esposizioni

Home > Esposizioni

Ronnie Cutrone

18 Mag 1995 - 29 Lug 1995

Opere

Elenco opere »
Ronnie Cutrone
Birden
acrilico su bandiera
cm 220x147
1982
Ronnie Cutrone
Star Tepping
acrilico su quilt
117x102
1991
Ronnie Cutrone
The Torch of Freedom
acrilico su bandiera
cm 188x125
1991
Ronnie Cutrone
Fanfare
acrilico su quilt
cm 83x62
1993
Ronnie Cutrone
Birden
acrilico su bandiera
cn 220x147
1992
Ronnie Cutrone
Art Aid
acrilico su bandiera
cm 151x246
1986
Ronnie Cutrone
Black and White Michey
acrilico su quilt
cm 80x65 (X2)
1993
Ronnie Cutrone
Big Red Puzzle
acrilico su tela
cm 152x100
1992
Ronnie Cutrone
The Old Man and the Sea
acrilico su bandiera
cm 150x197,5
1989
Ronnie Cutrone
Shopping
acriilico su tela
cm 70x45,5
1993
Ronnie Cutrone
Big Red Puzzle
acrilico su tela
152x100
1992
Ronnie Cutrone
Ho cominciato seriamente a dipingere personaggi dei cartoni animati nelle mie opere dal 1982; ho sempre cercato di creare un linguaggio universale. Un linguaggio visivo immediatamente comprensibile a chiunque. Per me è questa l'essenza di tutta l'arte Pop o “arte popolare”.
Scelgo personaggi dei cartoni animati perché davvero li amo e penso che uno dovrebbe dipingere ciò che ama. Inoltre il vero significato della parola “cartoni animati” trova le sue radici nei dipinti delle caverne, negli antichi manoscritti, Leonardo da Vinci e Andy Warhol, fino a oggi con Topolino e me. I cartoni animati hanno seguito una linea parallela alla storia umana. In fondo i cartoni animati che scelgo hanno tutti i possibili caratteri esistenti nella natura umana. Chi guarda sa come questi personaggi parlano, si muovono e persino ciò che pensano, poiché spesso si identificano con i loro pregi e i loro difetti.
I cartoni animati rappresentano la natura umana e sono quindi un modo per me di osservare e commentare le implicazioni sociali e politiche della società. Gli sfondi nei quali essi si muovono nei miei lavori sono le bandiere e dal 1990 ho cominciato a usare anche i quilt americani.
Le bandiere sono una soluzione ideale al problema di scegliere un mondo in cui i personaggi potessero vivere. In qualche maniera volevo portarli nel nostro “mondo reale”, metterli su un palco sotto i riflettori dello sgradevole simbolismo e dei nazionalismi, per poi lasciarli perdere.
Sempre ho desiderato che essi, nella loro innocenza, saltassero le barriere innalzate dall'uomo: i nazionalismi, i razzismi e tutti gli altri “ismi”, direttamente fino al cuore. Questo succede, però anch'io spesso non sono estraneo alla controversia. Ho anche imparato ad accettare questo come una parte del mio lavoro di artista.
Negli anni ho scoperto che la maggioranza delle persone preferisce che io dipinga le bandiere di “altri popoli”, non rendendosi conto che siamo tutti un unico popolo.
Ebbi la fortuna di essere conosciuto durante l'apogeo della Transavanguardia quando era in voga uno spirito internazionale di cooperazione. Tuttora credo che il concetto essenziale di unità sia atemporale e un sogno segreto nel cuore di milioni di persone.
Per me questa è l'unica realtà sana. Questa realtà, oggi, si sta riflettendo nella rivoluzione del computer; dove le frontiere, i muri e i passaporti non esistono nella rete universale.
Nel 1990 ho cominciato a utilizzare i quilt americani come fondo per i personaggi. Mi affascinò l'idea di questi come antichità del XX secolo, e per natura molto legati alla persona. Quando i soldati partivano per la guerra, le donne usavano fare queste trapunte nell'attesa del loro ritorno. Non posso fare a meno di pensare alle notti insonni e alle lacrime sparse su questi dipinti. Mi resi conto che sia i quilt che le bandiere americane cuciti da Betsy Ross, erano confezionati da donne. Mi piace l'idea di potere io, pittore di sesso maschile, includere il bel lavoro delle donne nella mia visione tendenzialmente maschile del mondo.
Questo aggiunge qualcosa al mio lavoro che per me è essenzialmente mantenere il mio credo che la “grande arte” sia universale, profondamente personale e senza riguardo per la nazionalità o il sesso. In tutte le mie mostre spero di raggiungere l'innocenza del bambino a lungo persa nella furia e nella paura, e arrivare a portare un sorriso di saggezza.

Titolo: Vocabolarietto per Ronnie Cutrone

Autore: Walter Guadagnini


BANDIERE: americane, ovunque. Un’ossessione, il luogo deputato della retorica, ma anche il luogo del pattern decorativi, strisce bianche e rosse, stelle bianche in campo blu, a seconda dei casi il luogo da dove lanciare messaggi o il paesaggio nel quale accadono degli avvenimenti. È comunque, sempre, la via più breve per mandare in corto circuito i codici linguistici della tradizione: la bandiera è la tradizione, qualsiasi gesto venga compiuto sulla o attraverso la bandiera è un gesto significativo, che non può essere vissuto come neutro, costringe a una reazione. Cutrone usa questa tela come la chiave più diretta per comunicare, per aggirare l’ostacolo della spiegazione, della giustificazione della pittura, del fare pittura. Non è solo questione di non dipingere – Cutrone usa l’acrilico come tradizione statunitense vuole-, è questione di trovare un qualcosa che sostituisca la forza comunicativa che la pittura aveva un tempo, e che oggi non ha più. È detto tutto, nelle bruciature di This is a free country, nelle stelle di Rebellion, nella striscia azzurra di No question asked…none answered, non serve altro. (Una riflessione a margine: è affascinante accorgersi che esistono ancora totem e tabù, e che quello della bandiera sia lì, a portata di tutti, in tutto il mondo; a trent’anni dal Vietnam, questi lavori sono qui a ricordarcelo).
CULTURA: di massa, sempre. Ha ragione Cutrone quando dice: “Pop art significa semplicemente popolare. Per me non è un genere specifico, ogni arte può essere pop art se è popolare”. Nelle opere, sono i personaggi dei fumetti a incarnare questa cultura (eppure, c’è una strana carica di affetto per queste figure, come se fossero diventate ormai personaggi di una storia privata, oltre che incarnazioni di un immaginario collettivo che ha ampiamente superato i confini del genere “fumetto”), ma è l’intero modo di agire di Cutrone – la sua stessa biografia – che rimandano a quell’orizzonte, a quel modo di sentire. Non è questione, qui, di fare un elenco dei nomi che possono essere passati nei dintorni della Factory o sui muri di New York, è qualcosa di più. È la cultura deviante, ma popolare, dei film di Russ Meyer prima e di John Waters (del primo Waters) poi, in cui il sesso ipertrofico e smodato, il linguaggio di un corpo ironicamente eccessivo, diventa un corrosivo specchio deformante della società – specchio anche violento, di una violenza al cui confronto quella di Natural born killers diventa un consolante fotoromanzo. È la cultura che ha dato linfa vitale a Frank Zappa, genio irriverente e divertito, ostico anche, ma che pure ha venduto milioni di dischi, è stato, ed è, popolare. È la cultura di Raw (e in Italia, va pur detto, di Tamburini e Pazienza), e si potrebbe continuare. Che poi gli anni Ottanta abbiano dilatato anche al mondo della cosiddetta arte figurativa modi e tempi di tale popolarità, è un discorso che investe l’orizzonte sociologico, che qui poco importa (vi è solo da dire che, in sé, questo è un dato di fatto, né negativo né positivo). Importa, piuttosto, rilevare come questo fenomeno di una cultura di massa che diventa, che è, cultura tout court, sia stato, e continui ad essere,un fenomeno tipicamente americano, almeno su dimensioni così vaste e articolate, e che in tale senso Cutrone è un artista tipicamente americano. “Where did Picasso come from?/There is no Michelangelo comin’ from Pittsburgh” (Lou Reed).
ESTETICA: Ronnie Cutrone è l’incarnazione di un celebre aforisma duchampiano, “non esiste soluzione perché non esiste problema”: non esistono, in Cutrone, soluzioni stilistiche, codici, culture alte e culture basse perché non esiste più il problema estetico, almeno nel senso conferito a questo termine dalla cultura del novecento. Altro, è il piano su cui Cutrone si muove, un piano sostanzialmente anartistico, che privilegia la comunicazione rispetto alla contemplazione, creando, per paradosso, delle immagini che richiedono solo di essere guardate, non pensate. “Ho finalmente dipinto una BMW, in nero con fiori rosa. Forse ci troveranno un significato recondito. Me lo auguro” (Andy Warhol).
IRONIA: sulle cose, ma anche sul proprio lavoro. Cutrone, per quanto non rinunci alla trasgressione, all’idea di provocazione diretta, sembra poi sempre attento a gettare uno sguardo ironico sul mondo. Non si spiegherebbero altrimenti le stesse pose dei suoi personaggi, le risate sguainate o gli sguardi truci, eccessivi comunque. Non si spiegherebbe forse la scelta stessa di Woody Woodpecker o Donald Duck come protagonisti di queste azioni, quasi un dichiarare esplicitamente che si tratta di un gioco, d’una finzione ludica che ha il suo fondo in un universo per sua natura delirante. Cutrone ha assunto una delle caratteristiche più evidenti dei cartoons, quella di rendere possibile e naturale, assolutamente logico, l’inverosimile, e l’ha trasportata sulle bandiere e sui patchwork, trovando un modo ulteriore per dimostrare insensatezza di questo mondo. Con ironia, così come con ironia Cutrone si guarda agire, rifiutandosi ad altri ruoli che non siano quelli dell’inventore di immagini. Anche qui, la scelta del fumetto non è casuale: abbassare il linguaggio per evitare di cadere a propria volta nella retorica, in quella retorica che si va attaccando per altra via. Abile e lucido, in questo, Cutrone, ad avvertire il rischio insito nella sua scelta di poetica: che la grande semplicità di linguaggio poteva portare a una semplificazione del messaggio, ad una sua distorsione troppo ideologicamente connotata. E si badi che, nel vuoto ideologico degli anni Ottanta, già la coscienza di agire comunque in un mondo reale – e non nella finzione retorica del mondo artistico - , ha assunto un significato ben preciso, di rottura, comunque lo si voglia poi giudicare.
SPETTACOLO: se c’è un elemento che accomuna Cutrone ai suoi compagni di strada – al di là delle abissali differenze che lo dividono dagli artisti “pop”, storici o dai rimi graffitisti -, è il senso dello spettacolo, dell’opera d’arte come elemento di spettacolarizzazione del mondo. Non è un caso, credo, che di recente Cutrone si sia particolarmente impegnato proprio nella realizzazione di spettacolari live e di video: è una sorta di naturale sbocco di una cultura nata anche in mezzo alla strada, che si nutre di elementi, di figure e di temi “trovati”, non inventati tra le mura dello studio, che si può nutrire di cartoons come di cartelloni pubblicitari. È, d’altra parte, la stessa cultura del rap o dell’hip hop, che trasforma in spettacolo suoni e parole rubati ovunque, la logica dello scratch prima ancora che della campionatura dei suoni. È la spettacolarizzazione del quotidiano, del banale, assunto come energia creativa e come lingua tanto flessibile quanto immediata. Una spettacolarità che rende anche più comprensibile la “non evoluzione” della pittura di Cutrone, volutamente sempre uguale a se stessa nell’impianto formale: l’accento si pone, in quest’ottica, sulla riconoscibilità, sullo stile inconfondibile dell’autore. Un ennesimo paradosso, l’ultimo corto circuito di questa avventura, la capacità di essere unici utilizzando il linguaggio più comune possibile. La scommessa di crearsi un’identità soffocandosi nella massa.


Autore: Ronnie Cutrone

Ho cominciato seriamente a dipingere personaggi dei cartoni animati nelle mie opere dal 1982; ho sempre cercato di creare un linguaggio universale. Un linguaggio visivo immediatamente comprensibile a chiunque. Per me è questa l’essenza di tutta l’arte Pop o “arte popolare”.
Scelgo personaggi dei cartoni animati perché davvero li amo e penso che uno dovrebbe dipingere ciò che ama. Inoltre il vero significato della parola “cartoni animati” trova le sue radici nei dipinti delle caverne, negli antichi manoscritti, Leonardo da Vinci e Andy Warhol, fino a oggi con Topolino e me. I cartoni animati hanno seguito una linea parallela alla storia umana. In fondo i cartoni animati che scelgo hanno tutti i possibili caratteri esistenti nella natura umana. Chi guarda sa come questi personaggi parlano, si muovono e persino ciò che pensano, poiché spesso si identificano con i loro pregi e i loro difetti.
I cartoni animati rappresentano la natura umana e sono quindi un modo per me di osservare e commentare le implicazioni sociali e politiche della società. Gli sfondi nei quali essi si muovono nei miei lavori sono le bandiere e dal 1990 ho cominciato a usare anche i quilt americani.
Le bandiere sono una soluzione ideale al problema di scegliere un mondo in cui i personaggi potessero vivere. In qualche maniera volevo portarli nel nostro “mondo reale”, metterli su un palco sotto i riflettori dello sgradevole simbolismo e dei nazionalismi, per poi lasciarli perdere.
Sempre ho desiderato che essi, nella loro innocenza, saltassero le barriere innalzate dall’uomo: i nazionalismi, i razzismi e tutti gli altri “ismi”, direttamente fino al cuore. Questo succede, però anch’io spesso non sono estraneo alla controversia. Ho anche imparato ad accettare questo come una parte del mio lavoro di artista.
Negli anni ho scoperto che la maggioranza delle persone preferisce che io dipinga le bandiere di “altri popoli”, non rendendosi conto che siamo tutti un unico popolo.
Ebbi la fortuna di essere conosciuto durante l’apogeo della Transavanguardia quando era in voga uno spirito internazionale di cooperazione. Tuttora credo che il concetto essenziale di unità sia atemporale e un sogno segreto nel cuore di milioni di persone.
Per me questa è l’unica realtà sana. Questa realtà, oggi, si sta riflettendo nella rivoluzione del computer; dove le frontiere, i muri e i passaporti non esistono nella rete universale.
Nel 1990 ho cominciato a utilizzare i quilt americani come fondo per i personaggi. Mi affascinò l’idea di questi come antichità del XX secolo, e per natura molto legati alla persona. Quando i soldati partivano per la guerra, le donne usavano fare queste trapunte nell’attesa del loro ritorno. Non posso fare a meno di pensare alle notti insonni e alle lacrime sparse su questi dipinti. Mi resi conto che sia i quilt che le bandiere americane cuciti da Betsy Ross, erano confezionati da donne. Mi piace l’idea di potere io, pittore di sesso maschile, includere il bel lavoro delle donne nella mia visione tendenzialmente maschile del mondo.
Questo aggiunge qualcosa al mio lavoro che per me è essenzialmente mantenere il mio credo che la “grande arte” sia universale, profondamente personale e senza riguardo per la nazionalità o il sesso. In tutte le mie mostre spero di raggiungere l’innocenza del bambino a lungo persa nella furia e nella paura, e arrivare a portare un sorriso di saggezza.