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Piero Dorazio - il colore della pittura

1 Ott 2015 - 31 Dic 2015

Opere

Elenco opere »
Piero Dorazio
Spoglie, 1981, cm 55x35, olio su tela


Piero Dorazio
Rutilant, 1990, cm 70x50, olio su tela


Piero Dorazio
Max - well, 1984, cm 200x340, olio su tela


Piero Dorazio
Ideal I, 1968, cm 170x125, olio su tela


Piero Dorazio
Hypnerotomania, 1989, cm 81x100, olio su tela


Piero Dorazio
Holiday, 1988, cm 50x70, olio su tela


Piero Dorazio
Fresh waters I, 1984, cm 45x65, olio su tela


Piero Dorazio
Flos, 1983, cm 80x120, olio su tela


Piero Dorazio
Equinox, 1983, cm 65x85, olio su tela


Piero Dorazio
Egina, 1980, cm 35x70, olio su tela


Piero Dorazio
Drole d'ame, 1965, cm 130x130, olio su tela


Piero Dorazio
Discanto, 1975, cm 80x110, olio su tela


Piero Dorazio
Al vivo V, 1989, cm 70x60, olio su tela


Piero Dorazio
Al Vivo II, 1989, cm 70x60, olio su tela


Piero Dorazio
Marathon II, 1988-1989, cm 200x150, olio su tela


Piero Dorazio
Marathon I, 1988-1989, cm 200x150, olio su tela


Piero Dorazio
Smagliante II, 1982, cm 200x150, olio su tela


Piero Dorazio
The Gaza Strip, 1967, cm 115x220, olio su tela


Piero Dorazio
Andromeda, 1976, cm 130x160, olio su tela


Piero Dorazio
Chioma, 1976, cm 25x40, olio su tela


A dieci anni dalla scomparsa di Piero Dorazio, Lorenzelli Arte inaugura la mostra personale Il colore della pittura che, oltre ad essere un doveroso omaggio al grande maestro dell'astrattismo italiano, forse il più grande colorista della sua generazione, vuole rappresentare la grandezza dell'artista anche attraverso le opere che nell'ambito del suo percorso sono state considerate “meno interessanti”.
Spesso la critica, e di conseguenza il gusto collezionionistico, tendono a fossilizzarsi ed a idealizzare un determinato periodo nella produzione di un'artista e a considerare poi corollari i momenti successivi perché ritenuti di caduta rispetto alle “vette” precedenti.
Questo pregiudizio percettivo -che si traduce nel rozzo monetarismo del mercato artistico- tende a cristallizzare i valori creativi regolamentandoli con le abituali categorie di valore applicabili alle altre attività umane. L'Arte per fortuna sfugge, o almeno dovrebbe affrancarsi, dalle consuete logiche classificatorie. Alla luce di ciò appare chiaro quanto il banale comune sentire abbia offuscato la reale portata del percorso artistico di Piero Dorazio circa le opere successive al periodo dei Reticoli, conclusosi nel 1964/65.

L'intento della mostra è quello di ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, che la pittura e che la produzione di questo grande artista vanno al di là della loro identificazione con un mero singolo periodo, ma si svilupparono in diverse forme nell'arco della sua intera vita.
L'ovvio riscontro è dato da opere quali Discanto del 1975, Physis VI del 1980, Max-well del 1984, per citarne alcune, prova evidente della grande qualità espressiva e coloristica di Piero Dorazio, partecipanti della stessa vibrazione dei più felici monocromi del periodo precedente.
L'elegante intelligenza formale unita alla sapienza cromatica dei lavori esposti sono un'evidente e coerente evoluzione verso l'alto rispetto al mondo dei monocromi (chiamati reticoli), uniti dalla stessa trama di luce e colore. Senza dire poi dell'autonomia dell'artista che sfugge alle trappole culturali dell'epoca che oscillavano tra un'istintualità informale ed un rigorismo dogmatico di stampo bauhausiano, perseguendo invece una felice ricerca incardinata sulla lunga tradizione italica, declinata con i linguaggi della modernità.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con la riproduzione di tutte le opere esposte e una raccolta di frammenti di significativi testi critici sull'artista.



Titolo: “Spoglie”

Autore: Jacqueline Ceresoli

Astrazione cromatica di vocazione architettonica, soluzioni formali vibranti, in bilico tra costruzione geometrica e un'espressività di colori iridescenti dall'energia ipnotizzante, tensioni equilibrate di linee verticali di pulsione dinamica trattenute dentro una griglia di blu.
Le combinazioni cromatiche di Piero Dorazio compongono strutture, che si definiscono in relazione tra linee verticali e orizzontali ideate per imbrigliare lo sguardo dell'osservatore dentro e oltre le architetture mentali dalle prospettive inattese, in cui improbabili "spighe" trasformano la pittura in un "oggetto" della visione: un presupposto d'indagine di variazioni di elementi costanti, spostando il colore da un piano dell'espressione a quello del contenuto.

Titolo: "Smagliante"

Autore: Matteo Galbiati

Si stemperano le rigidità degli incroci ortogonali e il caleidoscopico fascio cromatico coglie lo spunto per respirare l’aria della libertà. Dov’è il confine remoto e lontano della tela? Dov’è lo spazio di fuga per raggiungere l’infinito? Si accordano tutti i colori tra loro ed insieme stabiliscono il piano di evasione.
Sommano le loro singole e specifiche energie, si concentrano e si compattano per il comune e condiviso obiettivo: vincere la dimensione del quadro, oltrepassare l’orizzonte certo in cui vivono per splendere nell’ignoto.
Ecco… Sono pronti, dilagano, coprono tutto lo spazio disponibile ed emulando un tessuto orientale, l’effluvio di profumi naturali, fuggono.
Queste impertinenti iridescenze vibranti s’impennano e, arcuandosi, in uno slancio che deflagra in un’onda, si muovono. Compiendo questo inatteso movimento, uno spostamento che fa rincorrere, una dopo l’altra, tutte le poetiche affermazioni del loro essere segno, guidano lo sguardo a cogliere l’imprevista visione, l’apparizione di sensi e sentimenti che oltrepassano la prossimità dell’immagine.
Sopraggiunge il nuovo orizzonte del loro racconto e ancora si scrive la nuova favola del colore, tutta racchiusa in un tratto che, infinito come un’idea, all’improvviso sa di poter essere… Smagliante.

Titolo: “Max-well”

Autore: Alberto Zanchetta

Tra segni e screziature: non un semplice reticolo, bensì un retino per catturare nugoli di farfalle che secernono i colori dell’arcobaleno. E se i lepidotteri chiudono “a libro” le proprie ali, l’angolo in alto a sinistra sembra “l’orecchia” lasciata sulla pagina di un volume, piegatura che invoglia a sfogliare le righe-traiettorie che brulicano e brillano in filigrana.

Titolo: “Ideal” I

Autore: Vittoria Coen

Ideal 1, così come Vistoso, Cosetta e Tabula Rasa, viene definito dalla critica il preludio agli sviluppi successivi. Legato alle esperienze professionali berlinesi questo lavoro è interprete di quello “stile lineare” in cui la complessa composizione si avvale dell’uso di macchie - bande di colore che amplificano gli incroci delle linee fluide e delle loro interazioni. E’ lo stesso Dorazio a parlare in questi termini. L’effetto è quello di un puzzle con un risultato spaziale accentuato da tonalità nette e da un movimento in cui l’accostamento dei colori produce una luminosità diffusa.

Titolo: "Andromeda"

Autore: Elena Forin

Ho sempre pensato che quella di Dorazio fosse una pittura viva, una pittura generativa che nel rapporto tra linee, fasce e colori ha dato vita a una spazialità unica. È sempre stato un linguaggio il suo che si è nutrito di intensi legami e forti relazioni tra gli elementi disposti sulla tela, e che nelle opere degli anni ’70 - e in particolare in questa costellazione di segni e luci - mostra, nella straordinaria frammentazione della linea in piccoli corpi di colore, una visione quasi al microscopio dell’incredibile movimento che animava la sua ricerca sull’anima più profonda della pittura.

Titolo: "Lumi"

Autore: Claudio Cerritelli

Nella pittura di Piero Dorazio la geometria è uno schema da sovvertire attraverso la messa in crisi della forma chiusa, il colore è strumento di strutturazione dinamica dello spazio, il valore costruttivo della composizione determina campi di tensione commisurati alla vertigine degli equilibri instabili. L’opera è una partitura lumi-nosa che segue il pulsare continuo dello spazio, le vibrazioni del colore sono ritmi proiettati verso altri tramiti, il loro flusso dinamico rivela suoni interiori, oblique risonanze dei tratti segnici, trame del pensiero che slittano dalla disciplina pittorica. La disposizione in fasce rigorosamente parallele -allineate nell’alternanza di colore e non colore- crea variazioni necessarie all’estensione musicale dell’immagine, al flusso sconfinato che le fibre della materia trasmettono all’occhio, emanazioni e irradiazioni del colore-luce che s’aggregano dilatando la soglia del limite.

Titolo: “Alla larga”

Autore: Roberto Borghi

Devo a questo dipinto la scoperta di una bellissima espressione latina, lapsus calami, vale a dire l'errore di penna. Più volte mi sono appuntato il titolo dell'opera, Alla larga, ma la penna ha sempre scritto Al largo. Volevo parlare di un dipinto che si prende i suoi spazi, che non ha il timore di espandersi nella percezione dello spettatore (è un quadro davvero spettacolare), ma la penna ha rivelato una pittura che si allontana dalla terraferma, che galleggia sul supporto come fosse una flotta.
Anche la penna, come dicevo, ha le sue ragioni, persino quando sbaglia.

Titolo: novantanovepiùuno

Autore: Matteo Lorenzelli

Questa mostra nasce nel decennale della scomparsa di un grande artista a cui la nostra galleria è stata particolarmente legata. È veramente uno scandalo constatare che nessuna istituzione gli abbia dedicato una qualsiasi forma di omaggio, infatti solo pochissimi miei colleghi hanno lavorato in questi anni affinchè la sua opera e la sua memoria non venissero sopraffatte dall’oblio.
L’idea germinale di questa mostra e di questo catalogo vuole essere una sorta di viaggio temporale attraverso il suo raffinatissimo senso del colore e delle sue felici intuizioni nel costante rinnovamento nella costruzione dell’opera.
La mostra si apre con Fortitudo del 1959, appositamente scelto quale genesi dell’esposizione e prosegue evitando volutamente l’arco temporale, per altro straordinario, dei primi anni sesssanta.
L’intento della mostra è quello di dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che Piero Dorazio ha dipinto capolavori anche in anni ritenuti, ingiustamente, meno importanti ed incisivi dalla critica e dal mercato.
Sono certo che l’opera di Piero sopravviverà a tutto questo e verrà a riaffermarsi, come giustamente merita, quale uno dei protagonisti dell’arte italiana del secondo dopo guerra.

Titolo: Pittura come dimensione intima

Autore: Piero Dorazio

L'esperienza pittorica è per sua natura legata alla percezione dello spazio attraverso le sensazioni di “colore” (luce) e “forma” (disegno e composizione), che inducono nell'osservatore le caratteristiche spaziali nonché la fisionomia formale e cromatica dell'immagine. Il carattere del'insieme è determinato dalle qualità delle parti che lo costituiscono e il suo significato si rivela nei modi del dare (pittorico), del rendere percepibili le sopradette “qualità”. Nel disegno sono rilevanti l'incisività del segno: gli effetti di luce, la composizione, la vitalità, l'essenzialità della traccia che manifesta l'immagine, via via separandola dallo spazio inerte del supporto. Così nella pittura hanno un ruolo significante la materia o l'impasto pittorico, l'intensità variabile del colore alla superficie, il “tocco” o pennellata, la struttura interna e il peso ottico della superficie, naturalmente la composizione, e insomma, tutto ciò che concorre nella “fattura” del quadro non soltanto come tecnica, ma come combinazione di mezzi espressivi e in sé stessi significanti.
La dimensione congenita della pittura è data dalla base per l'altezza del supporto; dalla superficie cioè, sulla quale l'artista opera, modificandola, fino a trasformarla in una immagine.
La ricerca pittorica delle cosiddette avanguardie recenti, pur restando nei limiti della bidimensionalità, è stata da tempo trascinata in territori estranei al linguaggio fatalmente “visivo” della pittura. Mediante operazioni di natura piuttosto critica che propriamente pittorica, si sono cercati problemi e soluzioni al di fuori dell'ambito delle dimensioni sopradette, procedendo per sintesi, proponendosi il problema dell'arte anziché il problema più pedestre ma più reale, dei mezzi per realizzare un'opera d'arte. Si è giunti sicchè a soluzioni estreme, a esemplificazioni di teorie, a tautologie, magari isolando singoli elementi del repertorio formale della grande pittura moderna, quasi che se ne volesse iniziare un'analisi o piuttosto un inventario, o addirittura proponendo alla meditazione una tabula rasa. L'aspirazione alla libertà individuale può a volte diventare evasione nel nulla in un risultato che ha legami più evidenti con la cultura artistica che con le trasformazioni delle strutture interne del linguaggio pittorico. Ed ecco alcuni esempi:
-adoperare il supporto come oggetto, come elemento integrante dell'ambiente architettonico, moltiplicandolo, esagerandone la dimensione come estensibile, o addirittura violandone la superficie per ottenere effetti di luce e ombra.
-adoperare il supporto come un campo operativo all'interno delle cui dimensioni il pittore verifica, esemplifica come in un inventario, tecniche pittoriche o metodi analitici della percezione visiva, spesso già noti da anni alla sperimentazione nella “psicologia della gestalt”.
-adoperare il supporto come oggetto plastico in sé, anche variando o cambiando il sistema ortogonale dei suoi contorni, oppure seguendone nella composizione, l'andamento.
-presentare il supporto come superficie emblematica alla “meditazione”, più o meno trasformata in visione interiore del “reale”, da una qualsiasi operazione pittorica.
-adoperare il supporto come una zona sperimentale al limite fra comunicazione “visiva” e comunicazione “verbale” dove segno e parola si rincorrono alla ricerca di una mitica cultura.
Accomuna queste ricerche “riduttive” una concezione sintetica dell'arte da una parte e un interesse “analitico per l'oggetto-pittura, dall'altra; prevale ma in modo insufficiente l'aspetto “fisico” dell'esperienza estetica. Tali ricerche sono poi influenzate dal carattere interdisciplinare delle avanguardie e quindi riflettono concetti più propriamente architettonici, scultorei-plastici, teatrali o filosofici mistici.
Di qui lo sfogo in forme e dimensioni che mettono in evidenza l'impatto fisico dell'oggetto, ne parafrasano come prova tangibile il concetto ispiratore. In altre opere la riduzione alla “fisicità” dell'opera induce alla concentrazione, alla riflessione, alla meditazione sull'assoluto. Quasi tutte le teorie che ispirano questi orientamenti, tentano un riesame e una verifica didattica o didascalica delle strutture formali dei processi della percezione visiva, illustrandoli con l'alfabeto pittorico più legato al repertorio dell'arte astratta – costruttivistica e dell' “arte concreta”, che a quello ben più ampio e articolato della tradizione degli anni ‘50. L'abbandono della continuità linguistica nella tradizione, l'evasione, scelta invece dell'approfondire la ricerca a ogni apparente impasse della dialettica formale, si manifestano spesso nell'acutezza critica (ma purtroppo solo critica), della recente avanguardia. In nome dell'arte o della “morte dell'arte” se si vuole, e in nome di una specie di “fisiologia” estetica, vengono posti dei limiti alla natura “artistica” e creativa dell'operazione pittorica, che non è proprio scientifica,, anche se adotta metodologie razionali. L'esperienza estetica diventa così “fruizione”, rientrando in una nozione di “ordine” di relazioni definibili, sempre nell'ambito della psicologia. La “creatività” si traduce in abilità nella scelta di metodi più o meno noti o nella oculata combinazione di questi. La “fantasia” o l'antico “estro”, parole abolite dal dizionario artistico, restano i simulacri di nozioni semplicistiche e superficiali di un tempo andato.
Vi sono però artisti che senza deviare dalle linee della grande tradizione “della grande arte occidentale” (Monet, Cézanne, Bonnard, Matisse, Balla, Picasso, Kandinsky, Mondrian, Klee, Pollock, Rothko, Still, Newman) hanno preceduto, sentito, o adoperato i dubbi critici dell'avanguardia, procedendo nella pratica diretta della pittura, sedotti più dalla sensibilità e dalla sensualità di quelle tecniche che dalla identità avanguardistica: “operazione artistica = operazione critica”.
Vi sono cioè pittori che hanno continuato a costruire “immagini” nel senso tradizionale della pittura, magari al di fuori della “storia”, conservando però un contenuto moderno alla “figura” che “esprime”, ovvero “significa”, in forma simbolica, proprio nel modo in cui è fatta e non illustra né conferma teorie. Il mito della “attualità” e quello della “novità”, perdono ogni giorno di più il loro valore “storico” in un mondo che progredisce soprattutto in quanto rivela più alla svelta oggi, il vero volto delle illusioni di ieri.
La pittura non è uno strumento né una categoria intellettuale del “culto dell'arte”, ma una semplice professione che tende al suo meglio: a realizzare “opere d'arte” nell'ambito vero e umano della sua “dimensione intima”.

Notiziario n°6, Galleria Lorenzelli, Milano
dicembre 1977

Titolo: “Drôle d’âme”

Autore: Ivan Quaroni

Non c’è che dire, i titoli delle opere di Piero Dorazio stupiscono sempre per la capacità di farci vedere le cose da un
punto di vista inaspettato. Drôle d’âme, per esempio, è spiazzante. Si potrebbe tradurre con anima buffa oppure
bizzarra o perfino divertente, ma il dipinto ha un fondo severo di cobalto di una profonda intensità rinascimentale. Su
questo fondo blu, danzano, disciplinati, variopinti segmenti sinuosi, intrecciati a formare catene spiraliformi. L’insieme
è composto di quattro ordini di volute, simili in tutto alle catene del DNA. È uno schema, tra i tanti, saltuario, prezioso
e insolito anche per le opere degli anni Sessanta.
Drôle d’âme, però, è diverso, più severo, più secco di altre simili formulazioni. Ha un calibratissimo senso armonico,
generato da una studiata disposizione dei segmenti colorati a intervalli regolari, ma non simmetrici. Qui c’è il pittore
puro, che rivendica alla dimensione del colore un ruolo primario. Dorazio riteneva, infatti, che la modernità in pittura
si conquistasse con la liberazione del colore dal disegno e che quest’ultimo, semmai, dovesse sorgere dai rapporti
cromatici. È questo il motivo della sua diffidenza per la parola “reticolo”, che evoca immediatamente il disegno di un
ordito. Invece, ad animare le sue trame è la luce, quella che discende idealmente dall’Impressionismo, dal Divisionismo
e dal Futurismo. Una luce insofferente alle linee di contorno. Drôle d’âme è un campo energetico dove il colore vibra,
incrociandosi in stesure su un manto della lunghezza d’onda di circa 470 nanometri. È il colore delle molecole di gas
che compongono l’atmosfera terrestre. Dorazio non lo sapeva, ma visto oggi, Drôle d’âme, con le sue quattro catene
di acido desossiribonucleico stagliate su un cielo notturno, è un simbolo del trionfo della vita. L’anima ha un motivo per
ridere.

Titolo: “A Punta”

Autore: Federica Minesso

La materialità della pittura che mi sorprende in questo dipinto è acuta, penetrante nella coscienza e difficilmente esprimibile verbalmente. La sua natura d'Emozione si confonde nelle pennellate che abbracciano il blu dello sfondo, blu che vuole essere parte di quell'ascensione di linee verso l'alto. È l'armonia dei colori e delle forme che sapientemente costruiscono e costituiscono un telaio di rimandi alla pittura italiana più pura e luminosa – penso a Paolo Uccello e a Piero della Francesca-, al contempo capace di toccare nuove corde della sensibilità cromatica e pittorica del suo tempo.

Titolo: “Longchamps”

Autore: Federico Sardella

Qualche anno fa, sarà stato il 2009 o il 2010, chiacchierando con Giuliana le dissi che avrei avuto piacere di incontrare Marisa Volpi, per godere del privilegio della sua rara presenza e per chiederle del suo rapporto con Piero Dorazio. Dopo qualche giorno, alla Canonica venne imbandita la tavola e mi fu assegnato un posto accanto a Marisa Volpi. Capii subito che non aveva piacere di chiacchierare con me degli anni andati e della sua attività di critico d’arte, dalla quale da tempo si era ritirata per dediscarsi alla scrittura di romanzi, per pudore o per stanchezza, o forse perché li aveva dimenticati. Quando però le dimostrai di avere letto con attenzione i suoi studi critici dedicati a Dorazio, fu molto bello perché mi ritrovai a ricordarle quanto importanti fossero le parole che aveva dedicato al suo “amico di colori”. Si stupì del mio interesse e a molte delle domande che le feci a proposito delle mostre, del Catalogo Ragionato e delle opere delle quali si era occupata rispose: “Lo avrà deciso Piero”.
Visto il suo assetto minimale e la gelida, esclusiva esattezza, con Matteo Lorenzelli ci siamo a lungo interrogati a proposito della scelta dell’immagine dell’opera Longchamps pubblicata sulla sovracopertina del Catalogo Ragionato dedicato all’opera di Piero Dorazio. Molto probabilmente, se lo avessi domandato a Marisa Volpi mi avrebbe risposto: “Lo avrà deciso Piero”.