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Paolo Icaro - modalità

9 Nov 2006 - 13 Gen 2007

Opere

Paolo Icaro
Misura dal corpo diagonali
peralluman
cm 200x100
1972
Paolo Icaro
A collana
marmo e piombo
cm 130x81x24
1999
Paolo Icaro
bassorilievo, mappa
gesso e piombo
cm 110x81x5
1995
Sede: Lorenzelli Arte, Corso Buenos Aires, 2 20124 Milano - tel. 02.201914 Inaugurazione: GIOVEDÌ, 9 NOVEMBRE, alle ore 18.30 Date della mostra: da giovedì 9 novembre a sabato 13 GENNAIO 2007 Orari: martedì-sabato, 10.00/13.00 – 16.00/19.30. Lunedì su appuntamento Catalogo: Lorenzelli Arte #119, italiano/inglese, con testi di Mario Bertoni, Ivan Quaroni, Paolo Icaro, apparati bio-bibliografici a cura di Lara Conte e con le riproduzioni a colori delle opere esposte Si inaugura giovedì 9 novembre alle ore 18.30 una mostra personale di Paolo Icaro da Lorenzelli Arte. Il gruppo di opere presentate in questa mostra, sono raccolte tutte insieme sotto il nome “Modalità”: Ogni lavoro infatti propone una modalità, “uno specifico modo di pensare e fare – precisa Icaro – verso l'essere e il divenire” di una possibile scultura. Prendendo in prestito la parola “Modalità” dal mondo della musica, i lavori esposti suggeriscono sentieri diversi, maggiori e minori, alla ricerca della scultura perduta, cogliendo la suggestione della prima delle invocazioni della “preghiera-decalogo” – “suggerite in solitudine dalla scultura” – e proposta da Arturo Martini (in La scultura lingua morta, 1947): “fa che io serva solo a me stessa”. La descrizione di alcune delle opere presentate in mostra rende evidenti le scelte operate dall'artista. Spaccata, 2006: una pietra di marmo tagliata in due parti rivela il suo interno, cambia il suo baricentro ed è tenuta, nel suo nuovo equilibrio, da due graffe di acciaio forgiato. Interdigitali, 2006: sette piccole impronte in argilla si affermano su altrettanti frammenti di marmo, catturano e visualizzano gli spazi minimi tra le dita. Monstrum, 2006: un'accumulazione di argilla fresca disposta in verticale su un carrello d'acciaio, avvolta da una pellicola trasparente affinché si mantenga tenera e quindi capace di continua trasformazione, getta un'ombra ironica sul persistente monumentalismo contemporaneo. Balance line, 1989/2006: realizzata in acciaio, evidenzia e rende visibile la “linea d'equilibrio” di un uomo che cammina, catturandone e fissandone le caratteristiche dell'andatura in relazione al suo stato fisico e mentale del momento. Pietra di marmo, 2006: un modo di afferrare, in una rete di piombo intrecciata a mano, un pesante blocco di marmo per meglio comprenderlo nei suoi dettagli, indicati e incorniciati nelle maglie del malleabile metallo. Pietre silenti, 1996: tre grandi ciotoli di porfido levigati dalle acque dell'Adda, spezzati con un maglio e articolati in due, tre e tanti frammenti, vengono poi ricomposti nella loro nuova unità con fasce di piombo stagnato. Internets, 1997/2005: forme di spazio dentro una rete metallica accolgono in un punto nevralgico un frammento fisico di una virtuale scultura, un cartiglio, un frammento di gesso o altro, ipotetica presenza di un inizio o di una fine. La presentazione di una selezione di opere eseguite da Icaro tra gli anni settanta e gli anni novanta consente di ricostruire il percorso artistico che conduce alle opere recenti. La mostra si potrà visitare fino al 13 gennaio 2007 e sarà presto visibile su questo sito. Disponibile in galleria un catalogo in italiano e inglese, Lorenzelli Arte #119, con testi di Mario Bertoni, Ivan Quaroni, Paolo Icaro, apparati bio-bibliografici a cura di Lara Conte e le riproduzioni a colori delle opere esposte. Per ulteriori informazioni e richiesta di materiale per la stampa: in galleria: Sara Zolla, Lorenzelli Arte tel. 02 201914 uessearte Via Natta 22 - Como tel. 031.269393 info@uessearte.it

Autore: Mario Bertoni

Scomporre la lingua e poi costruire un mondo che sia rilievo di elementari, ognuno dei quali abbia in sé l'idea del tutto. La mente va a intanarsi, deve andare a intanarsi nei materiali e partecipare alle loro più intime vocazioni, se ambisce a trasformarli in materie, se pretende che dal loro incontro – scontro con la storia scocchi la scintilla fatale della rivelazione. Così il pensiero dello scultore procede per sensibilità e sensualità, si annida nelle particelle elementari da cui invia, insieme all'unicità dell'esperienza, l'epifania di un mondo prossimo alla scomparsa. Est modus in rebus. Un cammino non tracciato e non segnato, ma indicato e vocato al fine di portare alla luce la scultura che esiste già sullo stesso piano, ma in un'altra dimensione. Modalità: esercizio spirituale, preghiera. L'ascetismo volontario, che prende di mira l'elementarità dei materiali e riduce all'essenziale la loro manipolazione, non tenta di sfuggire ad essi, ma di aderirvi quanto più possibile. Spaccare, spezzare, graffiare, piegare, accartocciare, tagliare, segare, incidere, bucare, segnare, colare, impastare, avvolgere, immergere. Il modo, quando raggiunge il materiale, si fonde con esso nel tutto indiviso che è l'opera. La materia, di quell'unione, mantiene l'eco, il riverbero, la risonanza. Ma anche velocità, ritmi, impostazione: la voce. Vocare, pro-vocare, vocazione, pro-vocazione. Tanti termini, un solo concetto sul quale Icaro torna frequentemente. Non so se qualcuno abbia notato che il “vocare” reca in sé una componente sonora, esattamente come il titolo di questa mostra: “Modalità”. È l'autore stesso, infatti, a ricordarci le modalità maggiori e minori della musica, da cui il titolo è preso in prestito. Ma ecco che interviene un'ulteriore precisazione, e cioè che Icaro non ama parlare di titoli, ma di nomi: nominare un'opera implica darle un'anima e una voce. Tutto si tiene, allora, se le modalità maggiori e minori sono gli atti consapevoli attraverso i quali l'artista “esegue” la propria scultura, la propria sinfonia, la propria ballata, mottetto, coro, suite, ouverture. Leggere la scultura, o meglio, ascoltare la materia plastica con questa disposizione porta a rinvenire in un'onda contorta o spezzata di marmo – che si profila a spigolo vivo e si ricompone poco più in là nell'immacolata levigatezza della parete – l'andamento del violino o della tromba, del pianoforte o della chitarra, quando sfidano il muro delle note in solitaria. La contaminazione tra la scultura e la musica conduce alla creazione di uno “spazio sonoro”. La scultura si viene facendo spazio tempo materialmente esattamente come la musica. Le materie si fondono in un insieme composito e rivelante: impasti sostanziali, in quanto voci, e spazialità fluide, in quanto note, interrogano il corpo scultura, il suo formarsi, trasformarsi e divenire, ma anche le ragioni del suo esserci. Il sapere “modale” è un viaggio al centro delle materie per carpire i loro segreti più intimi, (as)saggiando una probabile, possibile grammatica della scultura. Dopo la lettura di Vie des Formes. L'impressione, in certi passaggi, è che Focillon abbia “pre-visto” l'opera di Icaro. O è quest'ultimo che ha eletto lo scritto di quello a corollario del proprio lavoro? “La musique part du silence et y retourne… création et durée”. (Valéry) Nell'opera di Icaro ciò che l'intelletto non “vede” e l'occhio non “sente”, la mano “sentendo vede”. Allo stesso modo, il limite è elemento di una infinità potenziale situato al di fuori di quest'ultima. Tutto il suo lavoro è costituito da punti raggiungibili per variazioni continue di percorsi infinitesimali. Problematicità di un infinito in atto nel limite. Intenzione, errore, fallimento, desiderio, pre-sentimento, pentimento, ripresa: la “curva” dell'opera che si viene facendo è una vita interiore. “Tutto ciò che è visibile è attaccato all'invisibile, l'udibile al non-udibile, il sensibile al non-sensibile. Forse il pensabile al non-pensabile”. (Novalis) Il problema non è il passaggio da un materiale a un altro, ma la trasposizione di una materia in un altro spazio tempo materia. Se ci si sofferma sulle venature delle pietre del marciapiede, qualunque passo è problematico. L'essenziale è invisibile agli occhi…., ma è nelle nostre mani. “E tu hai mai pensato che l'essenza della musica non è nei suoni?… Essa è nel silenzio che precede i suoni e nel silenzio che li segue. Il ritmo appare e vive in questi intervalli di silenzio”. (D'Annunzio) La rete e il reticolo rinviano costantemente alla numerologia, sia essa aritmetica o geometrica. Ma quand'è che il calcolo diventa l'incalcolabile? Possibilità di contaminare dove il poco e l'etereo giungono all'evidenza di un punto di equilibrio casuale. Pietra di marmo. Inquadrare la roccia in modo da restituire rilevanza d'epifania ai particolari imprevisti, ai dettagli del caso, e scoprire che nulla è lasciato ad esso? Irretire la montagna? La belva non è domata, né doma. La curva dorsale e il profilo ci dicono la tensione d'animale ferito. Le quadrature sono le battute che anticipano, sullo spartito, l'urlo tellurico, l'orchestra a pieno volume nell'attacco finale. Spaccata: tra il taglio che leviga e lo squarcio che spezza, il dramma tellurico della roccia costretta a mostrare le proprie intimità. Ma le graffe in acciaio forgiato che bloccano i due massi di pietra sono i gesti, le prove, le tracce della deflorazione divina. Allora, anche la carezza sulla parete serica può essere di una violenza inaudita. E non c'è musica che tenga…. Aperta: la dignità del foglio che, ripiegato e pressato tra i due fogli, orgogliosamente reagisce ed oppone l'eleganza di un'asola. Anche: un occhio di piombo tra due ciglia di marmo. La pausa che precede l'eco. Gli Interdigitali sono note eseguite dalle dita con l'argilla. Approssimazioni scalari, gradini ludici tra i polpastrelli. Si incontra una disposizione e la si integra con il segno che manca, il poco che si ha e il nulla che serve. Internets. Dentro le reti. Allora, ancora, irretiti per sempre? Dispiegare ombre, spargerle per spire dove finiscono impigliati i meteoriti di gesso. Variazioni d'onde su cui irrompe, improvviso, un doremifa che resta là, galleggiante nell'amplificazione che s'avvolge e involve. Internet etereo aereo…. Faredisfarerifarevedere. Se il fare è la costante e il rifare la variabile infinita, il tratto sarà la costante della variabile ritratto. Lo si vede bene nel disegno, lo si vede con altrettanta evidenza in “Spazio rubato”, nel reiterato gesto del sottrarre al muro angoli e spigoli, profili e sagome involontarie (caso e necessità dell'ordine fattuale): uno scaffale di archeologia del quotidiano, un catalogo di impronte e di modi d'essere di un ornamento che non ha più nulla del decoro, nulla dell'accessorio, e tutto, invece, della quintessenza della mancanza: la quintessenza del non essere? È possibile fare il calco di un suono? Instabilità e ironia dell'oscillare in bilico. Che cosa di più precario delle impronte che rivelano la nostra andatura di bipedi, noi che abbiamo osato sfidare la gravità ergendoci su due soli arti? Balance line porta a visibilità una linea zigzagante e instabile tra un tallone e l'altro, tra i provvisori punti d'appoggio e di equilibrio delle nostre piante dei piedi. Come rendere inattuale la storia (tutte le storie), dopo averla scaricata del peso della contemporaneità. Dove il lieve fruscio dell'incedere suggerisce il ritmo dei giorni, lì il fuoco sottrae materia metallica con uno sbuffo implacabile e spietato. Due “arie” a confronto, accomunate dall'andatura, andamento, andante… La liquidità della pietra: sul sasso l'acqua scivola o inciampa? E quanto di questo moto perpetuo del tempo “grande scultore” si trasmette alla facies della pietra? Fare a pezzi con un maglio un tale esito immacolato significa sovrapporre voce a voce e far sì che una simile polifonia venga inghiottita da una crepa, da una grotta, da uno squarcio. Le fasce di piombo stagnato aderiscono alle ferite, ma non le cauterizzano: pietre silenti, dove il silenzio ha raggiunto lo “spessore”, il “volume” del frastuono. L'incomponibile. Monstrum: il tutto e il niente di un monolito d'argilla fresca ancora avvolto nella plastica (che trattiene gocce di vapore acqueo) sul divenire delle ruote di un carrello. Dice Icaro: “un'ombra ironica sul persistente monumentalismo contemporaneo”. Sì, a patto di non farne una questione di grandezze o di misure, e nemmeno di proporzioni. Una voragine infinita racchiusa in una zolla che sta nel palmo di una mano può essere una “dismisura”? Ed è evidente che essa si fonda su di un salto di dimensione che l'artista realizza attraverso un'iperbole assolutamente fisica e concreta. Come dire che tra le infinite “note” dell'argilla e gli eterni giri delle “ruote” del carrello (note – ruote) c'è un “run” di differenza. Run run run…, la folle corsa, la musica del divenire, quando tutte le note e i rumori possibili dell'universo vengono diffusi simultaneamente: l'iperbole consiste nel ridurre un simile frastuono al cigolio delle ruote che continuano a girare a vuoto. …. scenari inimmaginati e rivelati, apparizioni delle materie…

Titolo: La misura di un uomo

Autore: Ivan Quaroni

Guardo le cose di Icaro senza pregiudizio, con “ignoranza”. Ignoro il chi, il come, il quando, il dove. Sono osservatore diretto, tabula rasa. L'informazione viene dopo lo sguardo, dopo l'esperienza, quasi per provare la “tenuta”, la forza e l'energia delle cose quando non se ne sa niente. Ed è un test universale, una prova del fuoco. Se annulli il fattore cognitivo, quello intellettuale, sei obbligato a fare una fenomenologia, a ricostruire dal nulla. Anche se quel “nulla” riguarda solo l'arte, la sua storia, i suoi movimenti.

Vedo le cose di Icaro per la prima volta (o quasi). Vedere significa accorgersi di qualcosa, aprire una porta. Nelle sue cose c'è un abbracciare, un avvolgere, un accogliere, ma anche un respingere, un ferire, un contrapporre. C'è un girare attorno alla conoscenza pregiudiziale, uno schivare i preconcetti, reinventando i termini della geometria delle figure piane e dei solidi. I cubi sono ingannevoli, hanno angoli cedevoli, mutevoli. Le linee rette hanno troppa materia, troppa sostanza e allora Icaro ne aumenta la tensione, ne assottiglia le estremità, quasi ad esaudire quel desiderio, tutto astratto, di tornare alla matrice, al punto da cui tutto trae origine. Eppure lo spazio della retta non è più compreso tra due punti, ma tra due punte. Non è la stessa cosa. Il punto concerne lo spazio quanto la punta concerne l'uomo. La punta utensile, la punta arma, la punta polo d'attrazione magnetica. L'uomo, ecco il punto. La pietra di paragone.

Qual è il fondamento della scultura? Non è lo spazio, non il tempo, non la materia. Il fondamento è l'uomo, l'artefice e il beneficiario. Non si è mai sentito parlare di una scultura per gli angeli, per gli Dei, per gli alieni. Ci sono sculture d'angeli e di Dei (persino d'alieni), ci sono omaggi ed ex-voto. Ma sono per gli uomini. Nella scultura, Icaro cerca l'uomo che è. Il suo essere forma e proporzione, il suo essere molle, fendibile, feribile. I suoi punti zenitali, i suoi nadir misurano la sua scultura. O è la sua scultura che li misura, nella forma di una minaccia potenziale. Ci sono linee di acciaio ramato e fili di alluminio che si possono avvolgere intorno ai suoi piedi o alle sue braccia. Ci Sono strutture metalliche che vestono come elmi puntuti, altre che percorrono il midollo, giù fino allo scroto. Ma tutte sono a misura d'un solo uomo, per una sola pietra di paragone.

Ciascuno fabbrica la sua prigione e, fuori delle sbarre, l'universo che lo attende.
Icaro ha fabbricato prigioni temporanee, feritoie troppo aperte per lui. Sono luoghi, le prigioni, in cui qualche volta ci capita d'entrare. Non è mica detto che non ci si possa uscire. Dipende dai punti (ancora) di vista, dalla prospettiva, che può essere accelerata, assottigliata per l'effetto di un angolo specchiante. Si può entrare e uscire dalle cose, come dalle prigioni. Due boccole incassate nel muro su due pareti opposte, allineate in perfetta simmetria, sono come due porte che idealmente attraversano tutto il globo, due poli, due orifizi. Un ano e una bocca, due ani, due bocche…come vi piace.

Tutte le cose sono misurabili, quantificabili, ma anche relative. Mi piacerebbe conoscere l'uomo che ha prestato il piede o il pollice agli inglesi perché ne facessero una misura. La loro misura. Conoscere il metro non è affatto affascinante, deve aver pensato Icaro. Così si è fatto la sua misura: un'asta retta, suddivisa in sottomisure della grandezza d'un pollice d'Icaro. Una misura naturale, organica come il rapporto aureo, che regola la crescita degli esseri viventi, ma non universale e nemmeno planetaria. Una misura piccola.

Ho visto nelle sculture di Icaro il luogo di un'accoglienza pericolosa, come quando il ferro attorcigliato affonda nella tavola di gesso fresco e non sai più se stia annegando o affiorando in superficie. Come quei sassi galleggianti su pozze di gesso solido, a loro volta chiuse in cestini di piombo. Anche qui c'è una misura di sprofondamento o di affioramento, una visibilità determinata dal coefficiente d'immersione.
C'è l'istinto di avvolgere e circondare, quasi di costringere. Una collana colossale, con denti di pietra bianca non somiglia forse a un giogo?
Eppure si può avvertire la qualità dell'abbraccio nell'avvoltolarsi cilindrico del piombo intorno al gesso, che cresce e decresce come nelle lunazioni, che fanno il ritmo delle maree e delle polluzioni fertili delle donne.

Guardo ad Icaro come ad un intermediario, anzi come a un mediatore tra le sostanze, un pacificatore tra solidi e fluidi, tra consistenze effimere e durature, ora morbide ora taglienti. Ci sono lame di vetro che sembrano fendere il gesso dall'interno e poi volgersi fuori come ferri d'ascia o punte di freccia. Ci sono reti leggere poggiate sui sassi, oppure graffe di ferro, come suture nella pietra. Poi ci sono obelischi di gesso frastagliato che abbracciano ventri di piombo morbido. Ovunque c'è il gesso, la femmina dolce che tutto accoglie, che tutto lenisce: le punture del metallo, le percussioni del legno, gli sfondamenti della pietra.

C'è, inevitabile, una musica, un ritmo dei ferri ritorti, attorcigliati secondo sinusoidi inventate come le tracce di uno scarabocchio. Somigliano a “variazioni su un tema”, a “fughe improvvise”. Il ritmo varia secondo le superfici, che s'increspano, si raggrinzano, come le acque d'un lago. La scansione del battere e del colpire è un altro modo della misura. È un gesto ossessivo, che conduce la mente a una breve dimenticanza. Ma alla fine il corpo è ancora li, con la misura del respiro, della pulsazione, del battito di ciglia. L'uomo non si elude che per pochi attimi. E allora, mi chiedo, di che altro può occuparsi la scultura?


Titolo: Riflessioni

Autore: Paolo Icaro

……….non c'è ricetta di garanzia per lo scettico, infatti l'opera non cerca di convincere nessuno, anzi , si presenta nuda nel suo essere,( appena licenziata dal suo autore, a volte per un senso di riuscita, a volte di resa…) e sta lì inerme ad aspettare che uno sguardo la investa, la vesta e la svesta, l'accetti o la ripudi, la guardi soltanto o la veda….

…mi domando se non sia più greve (per quanto leggera ed elegante sia la mano), portare alla materia il pensiero, che elevare al pensiero la materia…

ma non è forse gran parte della storia della scultura la storia di un desiderio, di dare forma a un corpo più libero, più indipendente, più duraturo, più espanso, più assurdo, più tutto, più di quel che siamo noi, corpo, persona precaria e transeunte, instabile vulnerabilissima tiepida massa di cellule in attività elettrica cardio-cerebrale, disperatamente alla ricerca di un senso altro e fuori e oltre a questa nostra condizione?
Non è forse questa attività della scultura altro che un'onda-ricordo della stessa necessità del Dio a esserci, nella creazione del mondo, un sé fuori di sé affinchè ci siano entrambi ?…..
12 novembre 2005, un giorno come altri, una convenzione d'autunno nel calendario inesistente ma utile alla nostra continua partenza…

Titolo: Da condizione a condizione

Autore: Paolo Icaro

…o forse…
alcune considerazioni sulla circolarità ritrovata nel ricomporre un corpo di pietra, prima scelto poi infranto e infine restituito a nuova condizione:

…o forse…
una canzone, che dica delle pietre sparse nel torrente, come voltano la schiena all'acqua che le investe e l'inducono a parlare.
Così ascolto storie uniche e diverse, ogni pietra un suo colore, un'origine lontana, un racconto silente. Ogni pietra una forma del caso necessario inevitato. Ogni pietra frammento staccato, inesorabilmente, trasformato, molto lentamente da sembrare così da sempre.

…o forse …
una canzone che dica il buio, o meglio, la luce nascosta, che c'è dentro a quelle pietre del torrente, ne celebri la forza che incatena le molecole, le separi in elementi e ne canti le virtù e la chimica, ne scruti l'ordine, il disordine e la mortalità.

infine …una canzone che sogni insieme un'accelerazione e all'improvviso canti del loro sacrificio per tornare a un tempo nuovo, un nuovo stato.
Per cantare in silenzio una canzone di frammenti incatenati, la nostra condizione.

Paolo Icaro - modalità
Sottotitolo:
Catalogo numero: 119
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