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Paolo Icaro - I do as I did

15 Set 2011 - 19 Nov 2011

Opere

Elenco opere »
Paolo Icaro
Incanto
gesso e acciaio
cm 1000x30x30
2004
Paolo Icaro
Balance
marmo di Carrara e alluminio
cm 200x202x44
2008
Paolo Icaro
Luogo dei punti eccentrici
38 coni neri di cemento
cm 6400x6800x25
2007
Paolo Icaro
Cardo e decumano
putrelle d'acciaio
cm 2019x1640x70
2010
Paolo Icaro
Pagine intime
gesso e polistirolo
cm 200x100x10 ogni Pagina intima
2008
Paolo Icaro
Pagine Intime
gesso e polistirolo
cm 200x100x10 ogni Pagina intima
2008
Paolo Icaro
Sigillo doppia spirale
gesso e piombo
cm 43,4x16,2x2,5
1980
Paolo Icaro
Sigillo elicoide
gesso e piombo
cm 55x9,5x2,4
1995
Lorenzelli Arte apre la stagione espositiva con la personale di Paolo Icaro, uno dei protagonisti più interessanti della recente contemporaneità che, a partire dagli anni Sessanta, ha costruito la sua ricerca secondo un profondo rigore teorico e formale esplorando diverse tecniche, dal disegno alla performance e concentrandosi principalmente sulla scultura e l'installazione.

La rassegna che si sviluppa nelle tre sale della galleria costituisce una sorta di antologica il cui intento è già chiaramente espresso nel titolo, I do as I did, scelto dall'artista per raccontare un percorso estetico e mentale, una “riflessione sulla continuità del fare” e sottolineare la sua convinzione intellettuale e il coerente sviluppo della sua ricerca: ...un'andata e un ritorno, dal prima al dopo, dagli inizi ad oggi, tra luoghi del Punto e della Linea, tra la regola e la sua eccedenza, tra equilibri precari e conica stabilità... un fare come ho fatto, un “to do as I did...” (Paolo Icaro)

Centro dell'universo poetico di Icaro e punto di partenza della sua ricerca è l'uomo nella sua dimensione corporale -la propria- che assume come “pietra di paragone”, una misura organica in base alla quale opera la trasformazione della materia - il gesso, la pietra, il metallo - di cui sono costituite le sue opere.
La mostra esordisce con le Pagine bianche, una serie di 12 lastre in gesso realizzate a partire dal 2008 la cui superficie è incisa con una sorta di calligrafia indecifrabile. Alla luce del tramonto, quando le ombre si fanno lunghe, -racconta I'artista- mi ritrovo a scrivere col dito nell'acqua del gesso: confidenze e segreti, formule incognite sciolte in scarabocchi, in segni, in segni-disegni-doodles… mi piace pensare che me li stia dettando e mi muova la mano la stessa Scultura, nella sua lingua elementare del bassorilievo. Le chiamo "Pagine di diario", un fare disfare rifare alla ricerca del luogo iniziale e iniziatico della Scultura.
Questi lavori, una sorta di Rosetta's stone del linguaggio di Icaro, introducono alle sale successive dove sono collocate opere paradigmatiche della poetica dell'artista come ad esempio Balance (2008), scultura di alluminio e marmo, definita dall'artista una forma di spazio in equilibrio che gioca la sua leggerezza con la gravità di un frammento di marmo. Oppure Incanto (2004) un filo di acciaio che, a guisa di collana, scende dall'alto reggendo dei blocchi di gesso o, come Icaro la descrive, un tratteggio maiuscolo di gesti di gesso lungo un cavo di acciaio che scende quale filo a piombo, come nadir e zenit nello spazio. La scultura si completa con un “fazzoletto” di piombo appoggiato a terra che racchiude uno specchio circolare il quale, riflettendo la parte sospesa, fa si che l'opera si prolunghi oltre la dimensione fisica.
E ancora troviamo in mostra Diagonali, un lavoro del 1972 su peralluman dove è rappresentata la dimensione corporale dell'artista attraverso le diagonali.
La terza sala della galleria ospita l'installazione Luogo dei punti eccentrici (2007): 28 coni neri di cemento che si inseguono in spirale senza inizio né fine. I coni sono il tentativo di realizzare fisicamente il punto: cercando di avvicinarsi ad esso il più possibile l'artista costruisce un cono eccentrico in modo da realizzare il supporto per il luogo del punto. Questo lavoro ha il suo antecedente in un'opera del 1982 dal titolo Luogo del punto originale. Lì il cono era in bronzo e lo si può considerare la matrice del lavoro in mostra.
A legare idealmente il percorso raccontato nelle varie sale, unendo ieri con oggi, un'installazione monumentale si diramerà in tutti gli ambienti della galleria: si tratta di Cardo e Decumano (anno 2010), un progetto che parte dall'idea di un'organizzazione primaria dello spazio dove Icaro reinventa l'aspetto della scultura secondo un'idea classica di misura. Il cardo e il decumano erano gli assi di orientamento del Castrum romano (da nord a sud il cardo e da est a ovest il decumano). L'opera è realizzata con barre di ferro giustapposte a formare due linee ortogonali orientate secondo i due assi. Dice Icaro: Dell'angolo retto: il 90° del costruire, misurare e ordinare. L'angolo forte che nello spazio assume grandi responsabilità di tenuta e garanzia, di esatta stabilità. Così, affettuosamente attratto, lo inseguo dagli anni '70. Lo rincontro ora, quando mi metto a realizzare le due linee d'orientamento Nord-Sud, Est-Ovest, relativamente Cardo e Decumano per gli antichi Romani. Ovvero pezzi che si incontrano e formano una croce e si ricompongono attraverso nuclei plastici di misure diverse e di diverse forme, ma tutti saldati rigorosamente a 90 gradi. Quasi che queste linee volessero alzarsi nello spazio a suggerire delle cellule iniziali della scultura, del fare tridimensionale, del costruire un corpo d'idea. Forse una riflessione grammaticale d'altri tempi che, quando la distendo nello spazio, ai suoi calibrati intervalli, si rivela musicale scheletro di pura, dura scultura, Cardo e Decumano.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo con testo di Lara Conte e uno scritto di Paolo Icaro. Il catalogo sarà disponibile in galleria a mostra aperta per consentire la pubblicazione delle immagini dell'allestimento.

Inaugurazione il 15 settembre 2011 alle ore 18.00
L'artista sarà presente all'inaugurazione.

Titolo: Alcune riflessioni per la mostra "I do as I did" alla Lorenzelli Arte.

Autore: Paolo Icaro

1- Lo spazio della scultura è lo stesso spazio in cui sta il mio corpo, io sto nello stesso spazio dove sta anche la scultura.
La scultura è quindi corpo, corpo dell'idea che si fa vulnerabile gravità come ogni altro corpo dell'universo.

2- ...Forse non è dato nella Natura come nei nostri “fatti” altra scienza che quella “morbida”?
Occorre forse coniugare i due sistemi, quello astrattamente esatto con quello naturalmente morbido?
Osservando un rametto di pianta grassa, la successione dei getti dei fiori è esatta ma non proprio esatta: mi fa pensare ad una scienza “morbida” nella Natura, capace di una regolarità “complessiva” (le foglie di un albero, tutte simili, nessuna identica) in cui alla regolarità aritmetica, la Natura sostituisce e si sostiene sulla capacità di sfruttare l'eccedenza. In questo consiste la sua tendenza evolutiva, nell'eccedenza gli elementi si alterano e trasformano seguendo necessità complesse e rigorose, dando origine nella inesorabile continuità di questi processi a nuovi enti, nuove forme, nuovi esseri.

3- Fin dall'inizio della mia vita, per me misurare significava prendere coscienza della distanza fra me e il mondo, significava valutare quanto si fosse soli al mondo. Per accorciare questa distanza, renderla accettabile, possibile, mi sono risolto a misurarla: come se la misura fosse comunque umana, rispetto cioè alla nostra dimensione. Mi sono quindi reso conto che la misura era riferita a me, alle mie dimensioni corporali e non solo fisiche ma anche psichiche.
Prima di fare un salto si misura con l'occhio la distanza: ecco misurare non con il metro o altra convenzione ma con lo sguardo, il “metro interno”. Si pensi alla vertigine che diventa paura, o alla claustrofobia: situazioni in cui il corpo non riesce a collocare la propria fisicità corporea rispetto alla distanza percepita ora come eccesso di spazio, ora come insufficienza.

4- L'uomo ha concepito il tempo mettendo inizio e fine a ciò che ha ed è solo continuità: il tempo è un sentimento. Tempo non è altro che una funzione umana concepita per dar senso all'inizio e alla fine dell'uomo stesso.

5- Non c'è ricetta di garanzia per lo scettico: l'opera infatti non cerca di convincere nessuno, anzi si presenta nuda nel suo essere appena licenziata dal suo autore (a volte per un senso di riuscita, a volte di resa) e sta lì inerme ad aspettare che uno sguardo la investa, la vesta e la svesta, la accetti o la ripudi, la guardi soltanto o finalmente la veda.

6- Sospetto
Lui, lo scultore, ama il fenomeno, la cosa che appare prende corpo e sostanza. Senza di Lui il fenomeno aspetta di essere portato al mondo, sino a quando per necessità e caso avviene l'incontro. Necessità della Storia, Caso dell'individuo. Caso della Storia, Necessità dell'individuo. Lui.
Se l'Uomo di Caspar Friedrich, tutto pensiero sulla cima della montagna, dalla contemplazione dello spazio passa all'azione, è già scultura.
E cos'altro se tutto intorno a Lui era spazio, di pietra di ghiaccio e di nuvole di cielo?
Un passo in avanti e in quello spazio il suo pensiero prende corpo, il fenomeno si fa scultura.

Titolo: I do as I did

Autore: Lara Conte

I do as I did. Una cantilena dell'infanzia, un succedersi di suoni che scorrono lievi attraverso e oltre la parola.
I do as I did. A dire di un fare che implica necessariamente il faredisfarerifarevedere della forma e del pensiero.
I do as I did. Perché non c'è un prima e un dopo nella ricerca di Icaro, né un punto di arrivo, ma una continua oscillazione dal prima al dopo, dal passato al presente intesi in un'accezione fluida e totale: come tempo della propria storia e come tempo cosmico, della scultura.
In questa traiettoria eccentrica, sempre in bilico tra regola e gioco, pensiero e gesto, Icaro situa la propria narrazione dipanando un percorso espositivo scandito in diversi momenti che misurano il tempo e lo spazio. Un percorso in cui la scultura si racconta attraverso la sua vulnerabile presenza, pronta a svelare la sua metafisica essenza.

Recentemente, ripensando alla mostra personale allestita da Icaro nel 1968 alla Galleria La Bertesca di Genova, ho scritto: “Faredisfarerifarevedere 0106768 – è questo il titolo paradigmatico dell'esposizione – evidenzia il senso di una ricerca che procede mettendo in crisi il linguaggio per attingere una nuova possibilità di forma e di spazio attraverso l'esplorazione della dimensione temporale del proprio esserci. L'evento plastico sconfina verso il sé e l'autobiografico, il fenomenologico e l'accidentale”1 . Se da una parte è fondamentale rileggere il percorso di Icaro compiuto fra anni Sessanta e Settanta oltrepassando percorsi interpretativi consolidati e orientati verso bilanci parziali degli eventi, così da conferire una giusta contestualizzazione alla sua ricerca nell'ambito dell'avanguardia artistica internazionale di quegli anni, è altrettanto necessario analizzare il suo lavoro al presente connettendolo a quei primi anni di lavoro, in cui Icaro inizia ad esplorare una nuova “grammatica del fare scultura”2. Entrano allora in gioco temi e concetti nodali della sua ricerca, mai più abbandonati, seppur di volta in volta declinati attraverso l'incontro con materiali diversi: la misura, l'autobiografia, la memoria, la favola, il segno-traccia-parola che diventa azione scultorea. E ancora: il senso di una scultura come situazione in divenire, difronte alla quale l'artista è primo spettatore dell'opera, partecipe di una scoperta che si svela nel fare, che accade nel tempo dell'esperienza, e in ultimo, come rivelazione.

La rivelazione – ad esempio – di un gesto primario, grado zero del fare, impresso sul gesso molto liquido, come altra volta è stato per il Soffio e ora per il segno-disegno-parola, traccia del sé lasciata su una Pagina di diario scoperta a ritroso, quando l'acqua, evaporando, riporta alla luce e al tatto la registrazione di questa relazione con la materia che si situa in un'oscillazione continua fra il dentro e il fuori, l'interno e l'esterno, l'inizio e il per non finire.

In questa traiettoria aperta verso il per non finire Icaro individua le radici del proprio fare. Per tale ragione il misurare è un'azione necessaria. Misurare è per lui un “allungare la mano verso il mondo”3. È il processo che lo porta all'esplorazione del luogo dove far vivere e alimentare la scultura, quell'You, Space 4 con il quale egli dialoga ininterrottamente dall'alba del suo fare. Da coordinata per tracciare un percorso di lettura della propria “geometria interna”5, la misura si rivela pertanto come modalità di investigazione della continuità, come possibilità di incontro, fra il sé e il mondo. Cardo e decumano, Incanto, Il luogo dei punti eccentrici…

Alla ricerca dei “luoghi della sculturalità universale”6, Icaro ripensa ai “comandamenti” di Arturo Martini. Li ripercorre, esperendo la scultura come “estensione”7, come “insondabile architettura per raggiungere l'universale”8. Guarda il mondo con il suo “strabismo divergente”9: “Con un occhio rivolto al passato, alla misura classica, alla consolidata e ‘popolare' bellezza aulica, e l'altro occhio divaricato verso il presente, l'ultima delle ultime convergenze attuali, l'ultima esigenza della storia, la contemporaneità. Se da un lato Martini, Brancusi, Moore, Picasso e Giacometti hanno visto molto con l'occhio del passato e il loro strabismo ha previlegiato il ricordo nella dominante della classicità aulica, artisti come Yves Klein, Fontana, Manzoni, Long e Serra hanno fatto da matti con lo strabismo: l'occhio rivolto al futuro, il presente-futuro. Ecco il presente-passato e il presente-futuro sono i tempi del mio fare, disfare, rifare e vedere”10.

I do as I did. Ad evidenziare, appunto, che non c'è un prima e un dopo nella scultura di Icaro.

“Ma non è forse tutta la storia della scultura la storia di un desiderio, dare forma a un corpo più libero e necessario, più indipendente, più duraturo, più espanso, più assurdo, più tutto, più di quel che siamo noi, corpo-persona, precaria, transeunte, instabile, vulnerabilissima, tiepida massa di cellule, in attività cardio-cerebrale, alla ricerca sempre ‘disperata' di un senso altro e fuori e oltre a questa nostra condizione? Non è forse questa attività del fare scultura altro che un'onda-ricordo della stessa necessità del dio a esserci, nella creazione del mondo, un sé fuori di sé perché ci siano entrambi? (tirare un bel respiro di…)”11.



1. L. Conte, Percorsi nella geografia di Paolo Icaro fra anni Sessanta e Settanta, in “Quaderni di scultura contemporanea”, n. 10, 2011, in corso di stampa.
2. P.Icaro in Ibid.
3. P. Icaro, in conversazione con l'autrice.
4. You, space è il titolo di un testo di Icaro redatto in occasione della mostra personale You, Space tenutasi a Brescia, Banco/Massimo Minini nel 1977. Ripubblicato in M. Bertoni, Paolo Icaro, Edizioni Essegi, Ravenna 1990, pp. 131-132.
5. P. Icaro, in conversazione con l'autrice.
6. P. Icaro, in conversazione con B. Corà, Paolo Icaro: “Luoghi della sculturalità universale”, in Paolo Icaro, Massimo Minini – Jack Tilton – Annemarie Verna, Brescia – New York – Zurigo 1986.
7. A. Martini, La scultura lingua morta, 1945. Cfr. A. Martini, La scultura lingua morta e alti scritti, a cura di E. Pontiggia, Abscondita, Milano 2001.
8. Ibid.
9. P. Icaro a L. Conte, lettera manoscritta, marzo 2011.
10. Ibid.
11. P. Icaro, appunto inedito.

Paolo Icaro - I do as I did
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