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Maschere in miniatura dall'Africa Occidentale

26 Mag 1997

Opere

Dan
legno
cm h. 25,5
Mano
bronzo
cm h. 28
Dan
Legno
cm h. 11,2
Bassa
Legno
CM h. 7,5
Bassa
Legno
cm h. 7,5
Mercoledì 22 ottobre Lorenzelli arte inaugura contemporaneamente due esposizione di Arte Africana, la prima curata da Aldo Tagliaferri "Maschere in miniature dell'Africa occidentale" la quale presenta numerose maschere fra cui 300 miniature e 15 di dimensioni notevoli. La seconda, "Popoli selvaggi e barbari viventi", si concentra sulle sculture in terracotta provenienti dall'africa occidentale contando circa 40 lavori la cui maggior parte inedita ma di un altissimo livello artistico.

Titolo: Maschere in miniatura dell'Africa occidentale

Autore: Aldo Tagliaferri

Le maschere sulle quali verte il presente testo, che accompagna una mostra allestita presso Lorenzelli Arte di Milano, sono chiamate “maschere in miniatura” a causa delle loro ridotte dimensioni; la definizione di “maschere passaporto”, diffusa tra i commercianti dell’africa occidentale, è ovviamente impropria e da evitare. Si tratta di maschere prodotte in gran numero e usate da molte popolazioni della Liberia e di due paesi ad essa limitrofi, Costa d’Avorio e Guinea. Tenendo conto dei diversi nomi coi quali la stessa etnia viene designata in paesi diversi, e delleterminologie messe a punto dai linguisti in epoca post-coloniale, si possono così elencare le principali etnie alle quali p riconducibile la produzione di queste maschere: Dan (Yacuba, Gio), Mano, Wenion (Wè, Guèrè), Bassa (sia dai cosiddetti “Bush Bassa”, o Gbii, più a ridosso dei Dan, sia da quelli della costa), Toma (Loma), Kpelle (Guerzè), Grebo, Kono, Bete. Più raramente si trovano nel territorio dei Gola. Date le diversità socioculturali e linguistiche sottese a un’area così ricca di tradizioni antiche, il cui eoicentro può essere situato nella foresta geograficamente condivisa dalla liberia con la Guinea e la Costa d’Avorio, non sorprende che in africa queste maschere siano designate con molti nomi ( Ma ge presso i Mano, lougo presso i Kono, ma go presso i Dan, Kpwade pa presso i Loma, e così via). Né che differiscano gli usi ai queli esse sono destinate in luoghi diversi.
Nella grande maggioranza dei casi, le maschere in miniatura sono sculture di legno, ma se ne conoscono anche esemplari in bronzo, terracotta o steatite, o ricavati da altri tipi di minerali. Quanto alle loro dimensioni medie, valgono, nel complesso, i dati riportati da Himmelherber e Fischer (1984), che, trattando della maschere in miniatura Dan, distinguono un gruppo comprendente maschere tra i 6 e i 9 cm da un altro comprendente maschere tra i 10 e i 20 cm, anche se esistono esemplari eccellenti questi parametri.
A parte l’esemplificazione fornita dal dottor George W. Harley nella sua opera pioneristica, ancora utiile anche se per certi versi datata e criticata, gruppi di maschere in miniature sono illustrati nei libri degli etnologi, per esempio da Schwab (1947), da William Fagg in La sculpture Africaine del 1958 e dai citati Himmelherber e Fischer. Una scelta alquanto articolata è riprodotta nel recente catalogo Africa. The Art of a Continent, curato da Tom Phillips (Londra 1996), dove si rende giustizia a queste sculture evidenziandone, oltre alla varietà, le qualità formali, alla quali spesso iin passato non si prestò sufficiente attenzione, A guidicare dal maggior interesse col quale oggi viene affrontato l’argomento, si ricava l’impressione che etnologi e collezionisti abbiano collaborato, di fatto se non nelle intenzioni, contribuendo entrambi ad arricchire la nostra conoscenza delle micromaschere, i primi precisando la collocazione e la funzione di ogni tipologia nel vasto e intricato mosaico delle culture dell’Africa occidentale, i secondi raccogliendo esemplari poco noti o di fattura particolarmente raffinata. Per gli etnologi, comunque, le condizioni della ricerca e di dati e informazioni si sono fatte più difficili a causa del declino delle cerimonie africane tradizionali e delle distruzioni apportate dai recenti eventi bellici in Libertia, ch ehanno inferto duri colpi ad assetti socioculturali ormai appartenenti al passato e, in soostanza, hanno ulteriormente allontanato gli oggetti di culto dal loro contesto originario.[…]

La maschera in miniatura viene tenuta come se fosse una specie di altare portatile personale, sul quale si compiono sacrifici per propiziarsi i suoi poteri e alimentare l’energia magica, potente ma anche volatile di cui essa è portatrice. Alcune maschere contengono, nel retro, residui di sostanze magiche che concorrevano ad aumentare i poteri arcani. Con un rituale simile a quello riservato ad altri oggetti africani (per esempi le sculture in pietra conservate dai Kissi e dai Mende), la maschera viene “nutrita” con sangue di pollo, olio di palma e resti di cibo che col tempo formano sulla sua superficie quelle incrostazioni, o a seconda della materia prescelta, una patina. L’olio di palma col quale la maschera viene periodicamente strofinata in circostanze ritenute propizie, per esempio in coincidenza con l’affacciarsi della luna nuova, le conferisce una patina molto apprezzata.
Proprio perché sono maneggevoli, queste maschere possono infatti essere impreziosite da superfici levigate che esaltano la morbidezza del legno strofinato a l ungo, e quando scrisse Holas sottolineando l’importanza attribuita dai Kono della Guinea al contratto materale con l’oggetto in caso di pericolo (il proprietario “ le frottera vigouresement entre les doigts” ecc. 1952) rinvia a pratiche diffuse tra molte etnie. Da questa peculiare sensibilità tattile ai materiali, che non esclude affatto una valenza spirituale e anzi mira a conservare ed esaltare quest’ultima, consegue l’esigenza di impugnare l’oggetto per apprezzarne compiutamente la qualità. Capita, d’altra parte, che le patine, o le incrostazioni accumulatesi sulle superfici scolpite e “nutrite”, abbiano attratto topo o scarafaggi che rovinavano le maschere rodendole in modo più o meno marcato, e producendo danni dei quali possiamo riconoscere le cause.
Il rituale col quale si realizza la conservazione, o il potenziamento, dei poteri magici risulta talora sbrigativo, perché il possessore può limitarsi, per esempio, a sputare sopra la maschera la polpa di una noce di kola appena masticata, ma, come è noto, gli animisti intrattengono spesso con gli oggetti sacri atteggiamenti che, poco cerimoniosi ai nostri occhi, discendono dal senso naturalistico immediato che essi attribuiscono all’energia vitale e a una sacralità estranea alla visione platonizzante familiare a noi occidentali.
A questo stesso atteggiamento culturale risale l’abitudine, documentata da vari ricercatori, di parlare alla propria maschera in miniatura appellandosi al suo insostituibile valore di guida pratica nelle avveristà e sollecitandone la benevola protezione.