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Kengiro Azuma - Infinito MU

24 Nov 2016 - 4 Feb 2016

Opere

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Kengiro Azuma
MU- 774
bronzo
cm 70x51,5x25,5
1977
Kengiro Azuma
MU- 808
bronzo
cm 84x14x13
1980
Kengiro Azuma
YU- 7
bronzo
cm 74x125x45
1987
Kengiro Azuma
MU- 737
bronzo
cm 40x30x18
1973
Kengiro Azuma
KI- 03
legno
cm 55x57x1
1960
Kengiro Azuma
MU- 761
bronzo
cm 56,5x43x19
1976
Uno degli aspetti più belli dell'artista Azuma, così come dell'uomo, era la sua consapevolezza che la realtà è sempre in divenire, anche quando sembra che sia giunta al termine. Questa considerazione vale per le sue opere, nelle quali la materia non nasconde i suoi confini ma ha sempre qualcosa di processuale, sembra comunque sempre in fieri. (…) Questa mostra era stata pensata e progettata insieme, da Azuma e da me, non senza il prezioso contributo del figlio e amico Anri. Il fatto che uno dei tre non potrà essere fisicamente presente all'inaugurazione non fa altro che confermare che il dialogo è ancora aperto, che ci sono ancora molti punti da toccare, che può esistere un colloquio infinito, proprio come il MU.

Matteo Lorenzelli


Questa importante mostra antologica in progetto da diversi mesi per festeggiare i sessant'anni di permanenza a Milano di Kengiro Azuma è diventata, in seguito al triste evento della sua recente scomparsa, un doveroso omaggio che la galleria tributa al grande maestro giapponese ma soprattutto ad un amico con il quale ha condiviso tanti momenti di crescita artistica e intellettuale.
Concepita in relazione allo spazio architettonico delle sale espositive e allestita da Matteo Lorenzelli e Anri Ambrogio Azuma, architetto, figlio dell'artista, la rassegna propone i momenti salienti della ricerca espressiva di Azuma, a partire dagli esordi fino alla produzione più recente, con particolare attenzione verso le opere meno note, per cogliere l'essenza della fertilità creativa dell'artista e mostrare il processo vitalistico della sua ricerca. Dal lavoro per la tesi di laurea a Brera a quelli realizzati come assistente di Marino Marini, alle sculture di transizione della metà degli anni '60 che lo portarono ad acquisire la sua completa autonomia artistica avvicinandosi all'espressione astratta, assistiamo ad una scansione ritmica di opere, modulate nello spazio della galleria: scritti, progetti di sculture ambientali, immagini e disegni che documentano la metodicità e la costanza del suo lavoro quotidiano. Da un'opera all'altra, ciò che la mostra mette in risalto è il personale percorso di Azuma, connubio di plasticità e tradizione orientale. Il suo atteggiamento artistico si impernia indistricabilmente sulla cultura giapponese dove gli opposti, come il pieno e il vuoto, hanno lo stesso valore e sono i due elementi che hanno caratterizzato la sua ricerca e lo hanno stimolato a tradurre nelle forme che le sue sculture rappresentano, il rapporto tra finito e non finito, materico e spirituale, visibile e invisibile.
Scrive Jacqueline Ceresoli, cocuratrice della mostra, nel testo in catalogo: Azuma rielabora a Milano le sue radici culturali, precedentemente rimosse, medita sulla cultura Zen, sul MU (il vuoto) e lo YU (il pieno): due poli non opposti bensì complementari come la luce e l'ombra, spirito e materia, vita e morte, corpo e anima, brutto e bello, classico e moderno, simmetrico e disordinato, armonia e caos. Il movimento è il principio dell'essere e della natura: Azuma elabora una ricerca estetica permeata dal pensiero Zen e una sensibilità formale occidentale in cui il volume materializza spazi in continua trasformazione altrimenti impercettibili. Dal suo rapporto con la natura, dalla dicotomia compresa nell'essere, il MU corrisponde all'assenza, all'invisibile ed è complementare allo YU, il presente, il visibile. Il MU include lo YU per rivelarsi, e nel 1959, con il MU-00, Azuma incomincia a modellare le sculture intorno al vuoto, volumi che danno forma alla sua essenza e plasmano la sua ricerca del senso della vita, del mistero che l'ammanta.”

Fra i lavori in mostra che coprono un ampio arco temporale – dal 1956 al 2016 – spicca La Luce, un'installazione di specchi e metallo realizzata nel 1998 e concepita per esterni. Di forte impatto emozionale per la grande interattività che sollecita, l'opera viene qui esposta, per la prima volta, in uno spazio chiuso creando altrettanta suggestione.

La mostra, nel suo intento iniziale, voleva anche celebrare i 60 anni di Azuma a Milano dove giunse trentenne da Tokyo, nel 1956, con una borsa di studio rilasciata dal governo italiano, per frequentare all'Accademia di Belle Arti di Brera il corso di Marino Marini, di cui diverrà assistente e amico fino alla scomparsa del maestro avvenuta nel 1979. Per questa occasione è stata prodotta una tiratura di 60 piccole Gocce (bronzo a cera persa, h. cm 20, realizzate dalla Fonderia Battaglia) ognuna delle quali reca inciso l'anno, dal 1957 al 2016. L'idea è quella di rappresentare la parte invisibile dell'uomo, che però non ha una forma ben definita. - ha scritto Kengiro Azuma a proposito delle Gocce - I sentimenti non hanno una forma precisa, sono cose astratte. Ho abbandonato la rappresentazione dell'uomo, dedicandomi a quella dell'anima. Ho realizzato molte gocce d'acqua di bronzo perché la goccia d'acqua non si può mai vedere perfettamente.



Appena la goccia si stacca dalla grondaia, assume una forma perfetta che però non riusciamo a cogliere con i nostri occhi. Io credo che la nostra vita sia un po'così. Non saremo mai uomini perfetti come le gocce d'acqua, neanche studiando profondamente. Nella goccia di bronzo faccio poi dei buchi. Quello che rende un bicchiere tale non è il materiale con cui è costruito, ma il vuoto che viene riempito dalla bevanda che vi versiamo. Cerco quindi di esprimere utilizzando lo spazio vuoto ciò che è veramente importante, cioè l'anima, l'amicizia, la vera solidarietà, il modo di convivere. Con la mia sensibilità devo poi capire dove mettere i vuoti per comunicare ciò che intendo comunicare”

La mostra è accompagnata da un catalogo (Italiano, Inglese) con le riproduzioni a colori di tutte le opere esposte, i testi di Jacqueline Ceresoli, Mami e Anri Ambrogio Azuma e le testimonianze di Bruno, Matteo e Massimiliano Lorenzelli.



Titolo: Il bronzo senza età di Kengiro Azuma

Autore: Jacqueline Ceresoli



Tracce biografiche e poetiche

Kengiro Azuma nel 1956 arriva a Milano, trentenne con una borsa di studio rilasciata dal governo italiano da Tokyo, dove all’ Università Nazionale di Belle Arti e di Musica ha conseguito la laurea in scultura, per frequentare all’Accademia di Belle Arti di Brera il corso di Marino Marini, di cui diverrà assistente e amico fino al 1979. Alle spalle ha il fardello di essere stato pilota di aerei da combattimento nella divisione aeronautica della Marina Militare Imperiale fino alla resa del Giappone nell’agosto 1945. Basterebbero questi accenni biografici per trasformare lo scultore in un personaggio di un film avventuroso, in un giovane kamikaze che infranto il mito dell’imperatore -che ha perduto l’aura divina in seguito alla sconfitta del Giappone, per cui era disposto a sacrificare la sua vita- precipita in una crisi di valori esistenziali per trovare nell’arte un altro ideale assoluto, in cui credere senza riserve. Kengiro, secondogenito di sette fratelli, come indica il suo nome in lingua giapponese, è figlio di scultori e fonditori, proprietari di una fonderia attiva da più di un secolo, dove apprende le tecniche scultoree che sbocceranno in una sorprendente abilità artigianale. Dirà di sé in un’intervista: “sono nato in mezzo al bronzo, la manualità è nel mio DNA”. La liberazione dalle forme antropomorfiche di matrice ottocentesca (da Rodin, Maillol a Messina e Marini) avviene a Milano intorno al 1959, nel clima delle ricerche informali e spazialiste di Lucio Fontana, intorno al potenziale espressivo dei buchi e dei tagli, intuizioni che aprirono le ricerche ad una concezione dinamica dello spazio in cui percezione e rappresentazione coesistono nell’opera.
Se per Lucio Fontana arte e scienza non sono due discipline distinte e indirizza la sua ricerca in un’ottica oltre l’oggetto aprendo lo sguardo sullo spazio cosmico, al contrario Kengiro Azuma recupera la propria identità giapponese, torna al perenne mutamento, alla mobilità infinita indicata dal Tao-tè-ching di Lao-Tzu essendo per lui l’arte, come scrisse Hegel, “una manifestazione dello spirito ancella della filosofia”.
Azuma rielabora a Milano le sue radici culturali, precedentemente rimosse, medita sulla cultura Zen, sul MU (il vuoto) e lo YU (il pieno): due poli non opposti bensì complementari come la luce e l’ombra, spirito e materia, vita e morte, corpo e anima, brutto e bello, classico e moderno, simmetrico e disordinato, armonia e caos. Il movimento è il principio dell’essere e della natura: Azuma elabora una ricerca estetica permeata dal pensiero Zen e una sensibilità formale occidentale in cui il volume materializza spazi in continua trasformazione altrimenti impercettibili. Dal suo rapporto con la natura, dalla dicotomia compresa nell’essere, il MU corrisponde all’assenza, all’invisibile ed è complementare allo YU, il presente, il visibile. Il MU include lo YU per rivelarsi, e nel 1959, con il MU-00, Azuma incomincia a modellare le sculture intorno al vuoto, volumi che danno forma alla sua essenza e plasmano la sua ricerca del senso della vita, del mistero che l’ammanta. Dal MU-501 Azuma recupera il volume, così l’oggetto scultura entra e modifica lo spazio fino agli anni ‘80, quando la ricerca dello scultore si è incentrata sulla rivelazione del MU, in cui indaga l’esistente, mentre lo YU configura il pieno, l’esserci qui e adesso, e dall’interdipendenza equilibrata di presenza e assenza, si materializza il principio del movimento, che sottende la forma della differenza tra positivo e negativo, come manifestazione della tensione verso l’assoluto.
Il suo vuoto contiene una potenza creativa attiva, in continuo fermento, ed è mobile come il pensiero, il suono, l’acqua, l’aria e il fuoco che assurge a divenire “terra”: materia dell’antimateria granitica e ideale, eterna, piena di una superiore armonia.
Con l’entusiasmo del neofita alla ricerca di qualche verità, lo scultore crea
sculture come YU-1, YU-2, YU-3 (del 1983), esempio tangibile in cui il peso fisico prende il sopravvento. Da questo momento le sue sculture determinano e vivono nello spazio, con il fine di trovare una forma perfetta, tangibile e impercettibile insieme, come la goccia. Le sue solitarie ricerche approfondiscono una componente dinamica dello spazio, prima con bassorilievi, triangolo, cono, strutture monolitiche, elementi formali ripetuti mai uguali, in seguito dopo aver preso le distanze dal formalismo geometrico, approda alla curva, alla linea sinuosa, fluida e continua come strumento di esplorazione dello spazio, con sculture di bronzo dalle superfici opache e luminose, in contrapposizione a superfici ruvide, concave e convesse. In parallelo con un incommensurabile desiderio di bellezza, nel pieno diritto di godimento estetico. Dopo le provocazioni delle avanguardie storico artistiche novecentiste, le sue sculture ritmiche e dalle linee fluide nella loro compostezza formale, seppure in maniera diversa condividono le investigazioni delle potenzialità espressive dello spazio sviluppate dai minimalisti americani. Sono sculture meditative e silenti che materializzano un atto creativo cosciente, attraversate dall’aria, accarezzate dalla luce come se emerse dal vuoto, dal non essere che attraverso il bronzo incarnano l’insondabile, il mistero esistenziale e dell’atto artistico in sé, vincolato dalla maestria artigianale e dalla capacità di sentire, più che di vedere la natura come presupposto per sondare l’assoluto. Azuma circoscrive l’assoluto con una vocazione trascendentale, ritualizza una ricerca intorno al sacro, come promessa di armonia universale seppure in maniera laica. Il suo concetto poetico della simbiosi tra MU e YU diventa scultura, apre una riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista, capace di plasmare un‘idea di tensioni d’assoluto, di esprimerla per mezzo di un “fare artistico” che traduce il pensiero intorno alla materia oltre le contingenze del reale. Per comprendere la poetica di Azuma, è necessaria una visita nel suo atelier a Milano, ove dal 1956 ha abitato e lavorato, dove sono accumulate cose diverse, oggetti e materiali prelevati dalla realtà, libri, cataloghi, manifesti, fotografie e diversi utensili, cimeli vari come frammenti di vita, residui di esperienze, tracce del tempo: un mondo che rispecchia il suo pensiero ciclico, in movimento continuo, in cui ogni singolo elemento diventa segno immanente di uno spazio invisibile e insondabile dall’energia rigenerante.
Negli anni ‘60, quando era alla ricerca di liberarsi dall’influenza di Marino Marini, Azuma osservò casualmente “l’incredibile spazio ritmico”, di vari pezzi di legno sparsi sul pavimento, erano residui delle cassette di legno di frutta che aveva raccolto al mercato. Cosi nacquero alcuni “rilievi” realizzati con materiali poveri, utilizzando secchi di gesso, ricoprendo entrambe le superfici dei pezzi di legno e componendoli assieme.
Azuma si scrolla di dosso le influenze formaliste occidentali assorbite durante gli anni di formazione a Tokyo, rinuncia al naturalismo figurativo, alla geometria e matura il suo codice sulla potenzialità compositiva ritmica dello spazio, dando una continuità ciclica alle opere intitolate MU, recuperando a Milano quell’ essenzialità Zen, insieme all’ elementarità dinamica sottesa del Tao. Il maestro da forma alla presenza nell’assenza, plasma attraverso il bronzo una componente dell’immateriale, come presenza sacrale. Come diceva Vanni Scheiwiller, “non è chiaro se Azuma è il più giapponese degli italiani o il più italiano dei giapponesi”, in ogni caso l’uno comprende l’altro come il suo rapporto tra luce e materia.
È interessato ai piani lucidi e a quelli ruvidi, alla vita stessa della materia, alla straordinaria potenza del bronzo, un materiale tradizionale nella scultura occidentale e legato alla statuaria buddista, nell’arte di tutti i tempi, che può essere fuso e riciclato e contiene un principio vitalistico fondamentale per Azuma. La sua filosofia di cancellare, togliere e nel contempo creare vuoto per concretizzare la possibilità di riempirlo è sintetizzata nella forma della goccia, ricorrente nella sua carriera artistica, quella che nel tempo lentamente scava la roccia e modifica le superfici in forme, volumi e produce suoni e ritmi arcani dell’universo, che non sappiamo ascoltare.
Scrive l’artista poeta “La goccia dal cielo va verso la terra poi evapora e ritorna al cielo, come il ciclo della vita. Nasce, scende dalla grondaia, in un attimo va verso la terra e scompare, spesso non riusciamo neanche a vederla è quasi invisibile, però esiste nella sua completezza, così perfetta, unica, ogni volta diversa”. Il bronzo è presenza fisica, scultura specchiante e traslucida, un catalizzatore di luce e sismografo di ombre che rende oggettivo il vuoto e immobilizza un atto creativo in rapporto allo spazio. E aggiunge “il vuoto qualche volta è carico di vuoto, qualche volta il pieno è carico di pieno, naviga verso il vuoto dove si troverà il tempo pieno” e anche a La Marrana Arte Ambientale a Montemarcello (Ameglia, La Spezia) con Il Sogno (1998), una lastra di acciaio lunga 35 metri davanti alle Alpi Apuane, Opera ambientale, coglie i contorni e la poesia del paesaggio compreso tra il pieno delle colline e il vuoto del mare, in cui l’azzurro è il colore naturale del cielo e l’orizzonte una proiezione di una distanza infinita. “Sento la voce del nulla” scrive Azuma in una poesia dedicata al silenzio come orecchio del suono della natura. Nella ricerca di compenetrazioni tra il pieno e il vuoto, il ruvido e il liscio, il lucido e l’opaco, Azuma compone una scansione ritmica, una musicalità sottesa riconosciuta da Gillo Dorfles e A. M. Hammacher e questa sua attitudine musicale, si evince già dalla fine degli anni cinquanta, con i primi bassorilievi in legno in cui luce, colore, linea, sembrano dare forma a un enigma percettivo ed esistenziale. Dai suoi buchi e fessure oblunghe piene in superficie, l’oscurità valorizza il vuoto, e per Azuma l’arte congiunge l’azione del cielo all’azione dell’uomo, con una forma pura raggiunge il vertice della conoscenza con la consapevolezza che la vita conduce alla morte e la morte sfocia nella vita.

Percorso espositivo circolare: simbolo del moto perpetuo della
natura, della vita e di illuminazione nella filosofia Zen

Kengiro Azuma, lo scultore di forme senza tempo, non è scomparso, continua a vivere nei suoi figli e nipoti e resta tra noi come testimonia questa mostra concepita come un’opera site-specific da Anri Ambrogio Azuma, architetto, figlio dell’artista alla Lorenzelli Arte a Milano, pensata in relazione allo spazio architettonico delle sale espositive.
Questa prima mostra personale post-mortem dello scultore, “teorico” dell’anima, permeato di spirito poetico e animista, allestita alla Lorenzelli Arte, dove Azuma aveva esposto nel 1990, non presenta una ermetica catalogazione di opere, ma coglie l’essenza della fertilità creativa dell’artista poeta, mostra il processo vitalistico della sua ricerca artistica dagli anni ‘50 ad oggi, risolta con una scansione ritmica di opere, modulate nello spazio della galleria: scritti, progetti di sculture ambientali, immagini e disegni che documentano metodicità e costanza del suo lavoro quotidiano. Disegni, installazioni all’aperto, sculture poco conosciute come il Rondone alpino (1966), i progetti di design italiano sviluppati negli anni ‘70- ‘80- ‘90 (con aziende quali: Simon, Tecno ed Acerbis), l’originale realizzato con le casse in legno delle sue opere di tre metri ed il bozzetto in bronzo della Croce (opera inizialmente realizzata per il Monastero Francescano di Sion, in Svizzera e successivamente acquisita dai Musei Vaticani nel 1971), un video dell’ultima intervista rilasciata in occasione del suo novantesimo compleanno nel 2016 (con Jacqueline Ceresoli e realizzato da Giovanni Sannino).
Sorprende l’installazione La Luce, di forte impatto emozionale da vedere, vivere, attraversare - realizzata per la prima volta nel 1998 in occasione della mostra Il sogno a Montemarcello, poi realizzata per le esposizioni a Palazzo Besta di Teglio nel 1999, a Castelbasso nel 2004, a Matera nel 2010, entrata nella collezione permanente del Museo di Portofino nel 2016 - sarà qui per la prima volta esposta in uno spazio interno nella seconda sala della Lorenzelli Arte.
Nel dettaglio è interessante il bozzetto autografato e datato dallo scultore del 30 gennaio 1999, dove le forme fluide e sinuose della goccia si sostituiscono al segno grafico del triangolo, non pieno ma vuoto, risolto in una foresta di esili asticelle lievi come canne di bambù disposte a forma piramidale che sembrano attraversate dalla luce e imbrigliano ombre. Questa forma ascendente verso l’infinito potrebbe essere una stilizzazione essenziale della montagna, una rielaborazione formale delle stampe Ukiyoe del monte Fuji, da secoli fonte di ispirazione per poeti, letterati e artisti, nella cultura Giapponese fulcro della vita di una filosofia che legge nella natura lo specchio della propria esistenza.
La mostra incomincia nel cortile esterno della galleria con una grande scultura, che fa da quinta scenografica a un viatico meditativo che introduce lo spettatore nella prima sala, in cui sono esposte opere in bronzo dagli anni ‘50 ad oggi. Le sculture figurative sono permeate dall’influenza di Marino Marini, le altre documentano la sua ricerca di liberazione dai modelli occidentali. Il nuovo s’inscena nella seconda sala detta delle “quattro colonne”, ampia e irrorata da un lucernario centrale, solenne e meditativa, adatta per presentare più che una mostra, un’istallazione ambientale concepita come una partitura musicale, intitolata Luce di Milano - Hikari. È un atto unico che suddivide il percorso espositivo antologico per decadi con una selezione mirata di un ciclo di opere dal 1955 al 2016 allestite nel senso orario circolare: un omaggio al pensiero filosofico, vitalistico e fluido in perenne movimento e alla mobilità ritmica del Maestro del bronzo, partendo dagli esordi della sua carriera artistica da Tokyo a Milano. Tra disegni, pensieri poetici, sculture verticali e orizzontali di piccole e medie dimensioni, sei monocromi del 1966, alcuni oggetti di design, è particolarmente rilevante un bozzetto di Cielo, terra e uomo (datato 23 luglio 1971), l’opera ambientale ideata a St. Margarethen, Austria, dove fa capolino per la prima volta una piccola goccia: la forma perfetta che cade dal cielo e s’infrange a terra e poi evapora, ed è così invisibile che spesso non riusciamo a vederla, come una lacrima. Scrive l’artista poeta “Una goccia d’acqua nasce in un attimo svanisce in un attimo”, e di questa forma meravigliosa più che guardarla bisognerebbe ascoltarne il suono in silenzio, nell’attesa di ombre d’infinito. Fra le opere esposte poco conosciute vi sarà Piazzetta dei Cinghiali del 1998 in ferro con cui rappresenta la forza e l’energia della famiglia nel vuoto e nel pieno, tra il negativo ed il positivo. Il percorso espositivo in bilico tra memoria, ricordo, rievocazione si chiude con alcune fotografie: impressionano tre scatti di Azuma a torso nudo con bermuda rosso fuoco, in posa incastonato al centro di un paesaggio naturale, in una foto è a braccia tese verso l’infinito, come l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Azuma “disegna” con il corpo una T, di tempo e si prolunga oltre lo spazio, si colloca al di fuori della storia come le sue opere in bronzo senza età, assolute e di aura sacrale. Simbolo di simbiosi tra uomo e natura in rapporto con il soprannaturale.

Kengiro Azuma - Infinito MU
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Catalogo numero: 152
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