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Jon Groom - io sono quello

5 Mag 2016 - 20 Lug 2016

Opere

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Jon Groom
Painting for coltraine
cera ad encausto su base di acrilico su tela su legno
cm 156x180
2016
Jon Groom
Abiding for R. W.
cera ad encausto su base di acrilico su tela su legno
cm 150x160
2015
Jon Groom
That is
cera ad encausto su base di acrilico su tela su legno
CM 124X156
2015
Jon Groom
Maya
cera ad encausto su base di acrilico su tela su legno
cm 156x180
2016
Jon Groom
Alone (ALL ONE)
cera ad encausto su base di acrilico su tela su legno
cm 156X248
2015
Lorenzelli Arte è lieta di presentare “Io sono quello”, la mostra personale di Jon Groom che propone un nuovo ciclo di lavori, i Silvers, dipinti argentei realizzati nel corso di un anno espressamente per questa esposizione.

Venticinque sono i lavori in mostra - arrivati naturalmente e senza sforzo, si sono accomodati nel mondo e materializzati desiderando di essere visti, un regalo - scrive Groom - I venticinque lavori sono in realtà un solo lavoro. Uno e al contempo molteplici modi di vedere la stessa cosa. Differenti aspetti della stessa.

Questo nucleo di opere rappresenta un'evoluzione rispetto ai lavori precedenti nei quali l'elemento chiave, insieme alla struttura e la forma della superficie, era il colore. In questi dipinti l'attenzione per il colore muta in una dominante metallica, nell'argento - Silver - che li fa risplendere ma non riflettere come specchi.

Titolo: Un tentativo, tra finestre e zen

Autore: Roberto Borghi

Proviamo a guardare la pittura recente di Jon Groom come se ci affacciassimo a una finestra appannata oltre cui si intuisce un orizzonte aurorale.
Lasciamo che gli occhi colgano rapidamente la preziosità degli infissi, si soffermino, ma per poco, sulle loro superfici letteralmente scorrevoli in quanto fanno scorrere lo sguardo verso il fulcro celato della visione.
Chiediamoci, a questo punto, di che natura sia il metaforico panno, ovvero il fattore che sottrae trasparenza alla finestra.
Ipotizziamo allora che sia qualcosa di analogo alla condensazione di un respiro, anzi di un alito: la sua consistenza sottile e vitale rimanda a ciò che nel greco biblico ha per nome pneuma, un termine che indica sia il respiro costitutivo di un organismo sia lo spirito che anima il mondo.
Nel nostro caso si tratta di un alito cangiante, a volte perlaceo, più spesso argenteo. Sappiamo che l’argento, sul piano simbolico, è il colore della purificazione dello sguardo. Supponiamo quindi che il velo percettivamente mutevole presente sulla finestra abbia la funzione di detergere la vista, di depurarla dalla fissità, da ogni schema ottico, per prepararla ad accogliere il bagliore che si indovina di là da esso, la luminosità enigmatica che comunque lo impregna e lo caratterizza.
L’epifania però non avviene, il fulgore non si palesa totalmente, si manifesta solo in modo parziale, allusivo e soprattutto paradossale attraverso il suo impedimento, cioè la condensazione dell’alito. Un impedimento che tuttavia ha un effetto coinvolgente, appagante, come se comunicasse la pienezza della luce, pur restando qualcosa di nettamente distinto dalla luce stessa.
Proviamo infine a sintetizzare questo paradosso citando quel passo del Sandokai in cui si afferma che «ogni finestra sensoriale/ entra in mutua relazione con ciò su cui si apre,/ eppure ogni cosa rimane isolata nella sua unicità,/ indipendente nel suo essere dipendente».
Roberto Borghi

P. s.
Per rendere un po’ meno oracolare questo tentativo di guardare i recenti dipinti di Jon Groom in una prospettiva di senso, forse è necessario precisare che cos’abbiano a che fare con l’itinerario pittorico dell’artista gallese sia le finestre sia il Sandokai.
Lo stesso Groom, nel catalogo della personale tenuta presso Lorenzelli Arte nel 2006, ha ammesso di «focalizzarsi sull’idea di finestra» mentre crea le sue opere. Con queste parole si è inserito in una lunga e variegata tradizione che si estende perlomeno da Leon Battista Alberti («nel dipingere la superficie faccio un quadrato d’anguli diritti […] il quale mi serve per una finestra aperta[…]») a Duchamp (Fresh Widow, un ready made del 1920, è composto da una finestra oscurata). L’artista però ha specificato che la sua, di finestra, non è «quella che guarda fuori, verso il mondo, ma quella che ci permette di guardare dentro di noi». In un certo senso i dipinti che ha realizzato negli ultimi decenni erano scorci della sua intimità, dei testuali e non-retorici paesaggi dell’anima che variavano anche in forza di com’era sagomata l’apertura, oltre che dei colori su cui si spalancava. Nelle opere più recenti invece Groom sembra essersi concentrato sull’idea di finestra in sé, e su come sia possibile che essa si apra su qualcosa che travalica, non soltanto per dimensioni, i confini dei suoi infissi.
Questo qualcosa, in un prezioso testo zen, prende il nome di essenza. Sandokai (in cinese Ts’an T’ung Ch’i) significa infatti congiungimento di essenza e funzione. Sandokai inoltre è il titolo di un poemetto scritto da un patriarca zen nell’VIII secolo, ma anche quello di parecchi tra i recenti dipinti di Groom (anche altri titoli sembrerebbero attinti dai versi del poemetto). Il nucleo di questo scritto sta nel superamento della dualità insita nel reale, perché «le cose possiedono/ in modo innato/ la grande potenzialità: funzione ed essenza/ dimorano entrambe al loro interno». Ecco, la grande potenzialità è ciò che parrebbero sondare questi dipinti: funzione ed essenza, riformulate in chiave pittorica, possono essere declinate in rappresentazione ed essere. Il secondo termine straripa da qualsiasi apertura (ma dobbiamo credere che sia «in mutua relazione» con il primo): per evocarlo bisogna sabotare virtuosamente il meccanismo di rappresentazione, alitare sulla finestra e fare in modo che l’alito si impregni d’essere. Come ciò possa avvenire è questione da patriarchi zen, o forse meglio da artisti zen: ma anche da chiunque riesca a visualizzare che «essenza e funzione si incontrano/ come due frecce scoccate insieme».




Titolo: Una superficie identificabile quale non-superficie

Autore: Robert C. Morgan

Nel corso degli anni, Jon Groom ha dedicato molta attenzione all'apparenza sensibile delle sue superfici.
Ha parlato di come gli elementi strutturali che formano i suoi lavori si uniscano in modo da dare forma alla superficie. Ha inoltre spiegato come il colore emerga in quanto espressione della forma. Qualsiasi cosa gli altri possano pensare, l'approccio metodologico di Groom nel dipingere è stato un fattore essenziale nel determinare il contenuto emotivo che emerge nel suo lavoro.
Perché ciò avvenga, lui si è fortemente teso verso la dimensione vitalistica, ciò significa che egli ha dato al colore una presenza che è contingente nello spazio e nella luce.

Ma i recenti dipinti argentei sono diversi. L'attenzione sul colore è cambiata.
Al loro posto c'è una dominante metallica, argentea nello specifico, la quale “risplende” ma non riflette nel modo in cui riflettono gli specchi. Lui si aggrappa alla presenza fisica dei dipinti. Groom ambisce a una percezione del suo lavoro quale entità vivente – una superficie che sappia “mettere in scena”, una fisicità che sappia essere inclusiva e reattiva. Non è semplicemente lì, quale essere distante, ma è anche qui di fronte allo spettatore (una distinzione che è ovviamente in debito con le teorie dello storico dell'arte Leo Steinberg). Per far si che un dipinto riesca a funzionare con mezzi propri, l'equilibrio di questi elementi – non conta quanto loro siano manipolati o ridotti - può raggiungere un crescendo che trascende l'aspetto puramente estetico del dipinto nel momento in cui viene visto.
Questo suggerisce un paradosso percettivo, molto più analogo ad una sensibilità orientale che tipicamente occidentale.

Come possiamo vedere un Groom e contemporaneamente, nello stesso istante, trascendere il processo della sua percezione visiva? Sono incerto su come articolare questo tipo di incontro spirituale con il lavoro dell'artista affinché le mie parole possano significare qualcosa di più di ciò che significherebbe un testo scritto in un incomprensibile linguaggio accademico. Eppure mi piace davvero la frase inventata da Groom –“ che [i suoi dipinti] richiamano una superficie che è identificabile con una non-superficie.”
Non ho potuto resistere nell'appropriarmi di questa quale titolo per questo breve testo a proposito di questi dipinti argentei.

Qui ha apparentemente messo da parte l'effetto dominante del colore, come invece si è visto nei suoi dipinti precedenti di molti anni fa. La superficie geometrica in forma argentea, dipinta ad encausto (come spesso fa Groom), ha sostituito il colore, e facendo ciò non può riflettere la propria assenza. Attraverso il “brillare”, l'argento si muove direttamente verso la luce, è un tentativo empirico di mitigare l'idea del puntinismo per cui il colore coincide con la luce.
Se ho capito correttamente il paradosso, la dipendenza della luce dal colore o del colore dalla luce ha ceduto il passo alla dimensione della luce e dello spazio ove, secondo la visione orientale, risiede il concetto della pittura.

Piuttosto che accontentarsi di una formula e delle limitazioni che ne conseguono, Groom ha intrapreso il passo successivo e ci ha portato più vicino alla nozione tradizionale che è insita nelle grandi opere a inchiostro cinesi, coreane e giapponesi. Questa visione fu portata in voga nella scena artistica dalla Ferus Gallery nel sud della California dai primi anni ‘60 fino agli anni ‘70, vale a dire, il movimento della luce e dello spazio che è incluso in artisti quali Robert Irvin e James Turrel. Infatti, i Silvers di Groom hanno abbattuto alcune delle vecchie strutture che furono di ostacolo a un progresso e hanno aperto finestre a una nuova possibilità della pittura ove i suoi dipinti persistono e continuano (come sempre) a navigare il loro corso.


Titolo: io sono quello

Autore: Jon Groom


I Silvers sono arrivati naturalmente e senza sforzo, si sono accomodati nel mondo e materializzati desiderando di essere visti, un regalo.
I venticinque lavori sono in realtà un solo lavoro. Uno e al contempo molteplici modi di vedere la stessa cosa. Differenti aspetti della stessa.
La forma è vacuità, la vacuità è forma, il mistero del tutto.
Non c’è risposta, solo il riflesso di ciò che non può essere detto.
Tacito, ininterrotto, uno senza un secondo.
L’espressione trovò se stessa e fu riconosciuta.
Lo spirito nudo dell’argento si realizza attraverso la cera d’api – encausto, un processo di mescolamento e raschiatura, levigatura e stratificazione.
Contemplando lo spazio riflesso si completa il ciclo dell’invisibile che costituisce la percezione.
I dipinti mi rendono possibile vedere uno scorcio di me stesso senza leziosità, una visione chiara di come sono le cose.
Durante i dodici mesi di lavoro io ho mantenuto uno stato di “presenza”, uno stato dell’essere qui in questo posto, una presenza che non è mai andata via.
Ciascuna immagine – spazio, proporzione, vuoto e pieno dichiara se stessa aperta – prende coscienza, e l’osservatore è invitato ad entrare in ognuna.
L’unicità qui ricorda a noi che noi siamo uno nella coscienza, vivi e vegeti.
La gratitudine entra nello spazio ed è eterna, infinita e gratuita.

Catalogo in preparazione