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Giuseppe Maraniello IN-ES

10 Mag 2012 - 6 Ott 2012

Opere

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Giuseppe Maraniello
Il gambo dei fiori
tecnica mista
cm. 63,5x93x11
2010
Giuseppe Maraniello
Il gambo dei fiori
bronzo
cm. 135x35x31
2010
Giuseppe Maraniello
IN-ES
mosaico e bronzo
cm. 35x20,5x5
2012
Giuseppe Maraniello
IN-ES
bronzo
cm 437x590x275
2012
Giuseppe Maraniello
IN-ES
tecnica mista
cm. 210x330x47
2012
Giuseppe Maraniello
IN-ES
tecnica mista
cm. 60x153x5
2012
Giuseppe Maraniello
L'occhio di Narciso
micromosaico, ferro e bronzo
cm. 78,5x134x13
2009
Giuseppe Maraniello
L'occhio di Narciso
tecnica mista
cm. 44x117x5
2009
Giuseppe Maraniello
IN-ES
tecnica mista
cm. 225x330x35
2012
Giuseppe Maraniello
IN-ES
tecnica mista
cm 206x347x15
2012
Giuseppe Maraniello
IN-ES
tecnica mista
cm 203x347x15
2012
Giuseppe Maraniello
L'occhio di Narciso
tecnica mista
cm 430x220
2009
Lorenzelli Arte a partire dal prossimo 11 maggio dedica un'importante mostra personale a Giuseppe Maraniello, da oltre trent'anni indiscusso protagonista del panorama artistico nazionale ed internazionale. “In-Es”, il titolo di questa rassegna, evoca termini in contrapposizione, ma allo stesso tempo complementari, inspirare-espirare - che contengono l'idea della vita, la testimonianza della nostra esistenza secondo una polarità in continua e costante dialettica e, come suggerisce lo stesso Maraniello, che simboleggiano e riassumono il lavoro dell'artista nel suo incessante assimilare, assorbire la realtà che lo circonda attraverso le sue sollecitazioni sensoriali per riversarla al di fuori di sé, restituendola, metabolizzata, nell'opera.

La mostra presenta, nelle tre ampie sale della galleria, una selezione di lavori eseguiti per l'occasione: tre grandi sculture e diverse opere di medie e grandi dimensioni che rappresentano e sintetizzano il suo percorso artistico attraverso i diversi linguaggi che ha sperimentato.

Maraniello è uno dei principali interpreti di quella generazione di artisti che, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, ha ridato significato al linguaggio della scultura e della pittura, giocando contemporaneamente sulle due e le tre dimensioni.
Da queste premesse Maraniello ha saputo sviluppare uno stile personale inconfondibile fino a diventare una delle icone del panorama visivo contemporaneo. Le sue opere contengono forme e segni immediatamente riconoscibili, anche se non specificamente identificabili: sono i simboli che egli stesso inconsciamente assimila e sui quali fa leva la sua ricerca iconografica, mentre sapienti giochi di equilibrio fanno delle sue sculture in bronzo delle eleganti strutture che attraversano lo spazio.

Titolo: La costante variabile

Autore: Alberto Fiz

Talvolta si sdraiano a terra. In altri casi si arrampicano sulle pareti. Ma può capitare di trovarle sospese a testa in giù, oppure sostenute da un esile filo di ferro in procinto di cadere. Le opere di Giuseppe Maraniello non si adeguano al contesto ambientale ma creano, di volta in volta, un autonomo e imprevedibile spazio d’azione che le differenzia da una matrice plastica o pittorica immediatamente riconoscibile.
La componente inquieta del suo approccio alla forma, così come il turbamento dell’osservatore, destinato a circumnavigare intorno ad un oggetto misterioso, appaiono come componenti essenziali di una ricerca che affonda le radici negli anni settanta e oggi si pone in relazione dialettica con un sistema dell’arte contemporanea che ha fatto dell’ibridazione un riferimento costante.
I lavori di Maraniello si determinano intorno alla loro ambiguità espressiva, tanto che già la loro definizione appare complessa, come rilevava Gillo Dorfles che ha scelto per loro il termine di composizioni uscendo dal troppo generico e onnisciente concetto d’installazione. “E dico proprio composizione perché si tratta sempre di comporre i due elementi del colore e della forma; ma anche del racconto e dell’astrazione; dell’equilibrio e del disequilibrio; della costruzione e della decostruzione”, scriveva Dorfles nel 1985.
Le opere di Maraniello esercitano una specificità linguistica dove la bidimensionalità della pittura e la tridimensionalità della scultura non sono antitetici o oppositivi ma, semmai, complementari; tali elementi, infatti, hanno la capacità d’integrarsi all’interno di un pattern visivo caratterizzato da inganni e scavalcamenti; da marginalità e distorsioni, dove le forme plastiche possono evocare il perimetro del quadro e, nello stesso tempo, la tela, apparentemente neutra, insinuarsi nella superficie volumetrica diventando essa stessa materia. Qualsiasi regola precostituita si scontra con il progetto fondamentalmente destabilizzante e persino anarchico dell’artista che non si lascia imbrigliare da formule ormai metabolizzate come pittura-scultura o pittura-oggetto.
Ciò che appare, di volta in volta, è un percorso libero e autonomo all’interno del quale la componente chimica del colore (le sue tele sono realizzate con l’uso quasi esclusivo dei tre colori primari e dei complementari senza alcuna concessione lirica) entra in relazione con la sfera soggettiva della costruzione plastica dove fanno la loro comparsa gli strumenti di una ritualità antica, spesso ironica, composto da un repertorio di ermafroditi, anfore, satanelli, pendoli, acrobati o saltatori. Non sono tanto i simboli ad interessare Maraniello, quanto la convivenza di segni e segnali, di cose tra le cose, provenienti da contesti differenti in grado di mantenere intonsa la loro dualità all’interno di un percorso metonimico e bidirezionale che accentua la consapevolezza del sé.
La sua ricerca aperta evita qualsiasi forma di dogma e sviluppa, spesso, un principio in progress come già l’artista dichiarava a Lea Vergine nel 1981: “Non progetto il lavoro quando comincio a farlo. Non so mai dove mi porterà, me lo invento man mano che lo faccio, lo organizzo sul momento; ho dei materiali e vado avanti; quando ritengo che sia una cosa finita, allora, lo lascio lì, ma potrei anche continuare; in tutto questo, poi, ci sono degli elementi certi, acquisiti che mi porto dietro, elementi ricorrenti.” Questo procedimento nasconde una forma performativa e relazionale che rende il lavoro di Maraniello particolarmente attuale caricandolo di una vena d’incertezza e di casualità destinati a riflettersi sullo sguardo di chi osserva. Ancora oggi, al di fuori di ogni contesto ideologico, le sue opere possono scaturire dal riutilizzo di materiali di recupero depositati, magari, da tempo in qualche angolo del suo studio.
Basti pensare ad un lavoro del 2012 realizzato con semplici travi in legno adagiate verticalmente su una struttura a parete dove l’oggetto si presenta nelle sue fattezze naturali senza alcun tentativo di maquillage estetico, diventando la quinta di un’opera dove, su un lato si nasconde una macchia di colore rosso e su un bordo laterale compare una traccia gialla. Tra lo spartito irregolare creato dai legni, non mancano pause e sospensioni che consentono l’inserimento straniante di un ermafrodita in bronzo che rinnova la lettura dell’opera attraendola in una dimensione immaginifica per nulla prevedibile.
Sul piano segnico, un principio analogo emerge da L’occhio di Narciso dove Maraniello accosta un mosaico dove compare, ingrandito, un disegno di suo figlio Gianfranco realizzato all’età di quattro anni, accanto ad un piccolo bronzo di Narciso dormiente che trova un proprio spazio fisico intrufolandosi nel vuoto sospeso lasciato libero dal mosaico. Più che una descrizione favolistica, Maraniello intercetta il segno primario e se ne appropria sviluppando la propria ricerca sul piano orizzontale in un contesto dove le immagini polisemiche rivitalizzano il campo visivo.
Del resto, i riferimenti del suo immaginario spaziano da Il medioevo fantastico di Jurgis Baltruisatis, da cui ha tratto la figura dell’uomo che lotta contro se stesso, a Manuale di zoologia fantastica di Jorge Louis Borges, testo da cui ha ricavato Anfesibena, un mitico serpente con due teste.
Il problema sta fondamentalmente nel percorso circolare di un’arte che non rimanda ad una realtà esterna, ma impone una riflessione su se stessa: “Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine.”, afferma Borges, uno degli autori più amati dall’artista.
Maraniello agisce sui codici estetici evitando di esercitare una funzione di controllo come, invece, avviene per l’arte concettuale dove il logos assume un potere pressoché assoluto. La sua azione non è discriminatoria, ma si colloca alla perfezione in una logica postmoderna dove il linguaggio si posiziona in chiave trasversale e sincronica contemplando reciproche attrazioni nell’ambito di progetti solo apparentemente antitetici.
Per Maraniello la variabile diventa la costante di una ricerca che non rifiuta a priori l’immaginario o, come lui stesso afferma, “le intuizioni della fantasia”, ma opera sulla ridefinizione di uno spazio creativo che frammenta l’omogeneità nell’ambito di composizioni prive di centro.
Le sue opere rientrano, a pieno titolo, in quella definizione di campo allargato che Rosalind Krauss ha dato alla scultura: “questo campo fornisce insieme una struttura allargata di cui l’artista può occupare esplorare le diverse articolazioni e un’organizzazione del lavoro che non è più dettata dalle proprietà di un medium dato”, afferma la storica dell’arte americana.
Ri-flettere, Vasi comunicanti, Abbracci, Ri-tratto, Passaggi segreti, Mo-menti, Altalena, Lacrima, Tueio, sono alcune delle serie intorno a cui Maraniello ha organizzato il suo viaggio dedicato alla perenne instabilità delle forme dove lo spazio non è un dato acquisito, ma viene continuamente messo in discussioni da elementi che fluttuano, si espandono, oscillano, mantenendo a distanza lo sguardo, in una sfida continua alle leggi di gravità. Il mistero delle sue opere passa attraverso una costruzione plastica irregolare che si divincola da qualsiasi struttura codificata con improvvisi sconfinamenti e vie di fuga. Come appollaiate sui rami delle sculture, si acquattano le immagini-sentinella che controllano l’instabile fortilizio in opere che fendono l’aria e attraversano il vuoto. Di fronte alla sospensione creata dalle opere di Maraniello sono già stati segnalati i precedenti di Alexander Calder e Fausto Melotti, ma si potrebbero citare anche Julio Gonzalez e David Smith. Quello che più affascina è spingersi ai limiti, andare oltre il lecito, verificando la resistenza dei materiali che tendono verso la loro trasmutazione o, come ha affermato Tommaso Trini, “verso l’esterno del mondo plastico.”
Le antenne vibratili, le corde o i fili di ferro corrono ovunque e, disegnando, lasciano la loro traccia indelebile sulla superficie. Il peso del bronzo pare annullato e gli oggetti cadono in profondità come avviene nella serie Ri-flettere dove le anfore, avvolte nel silenzio, sono zavorrate ai loro cavi. Chi va incontro alla forma, trova il vuoto, il flusso emotivo di un percorso che supera la contingenza e sfiora l’intangibile.

Titolo: Il Cimento dell'armonia e dell'invenzione

Autore: Angela Tecce


Si può essere invidiosi degli artisti? Magari non di tutti, ovviamente, ma di qualcuno sì: io lo sono di Giuseppe Maraniello, e lo sono per motivi squisitamente estetici, non so se questo riscatta un sentimento poco onorevole come l’invidia, forse sì, se si riesce a motivarlo, come cercherò di fare. Innanzitutto invidio di Maraniello la musa benevola che gli ha fatto trovare, da subito, la sua strada, il suo ‘stile’, e la possibilità di modulare, attraverso gli anni e i cambiamenti inevitabili che avvengono attorno a noi, la propria inventiva attorno a delle idee-forza che non sono ‘soltanto’ delle soluzioni creative ma anche delle ben precise prese di posizioni di tipo estetico. L’estetica come ‘scienza del bello’, è oggi una disciplina filosofica a cui si guarda con sospetto, per l’immediata associazione che essa provoca a prescrizioni, obblighi, adesioni e quindi eresie, dissensi ecc , ma su una disciplina che ha visto faticose elaborazioni delle migliori menti filosofiche non va gettato nessun anatema, anzi. Cito ad esempio un brano di Kant al quale affido il compito di indicare, si parva licet, alcune delle caratteristiche che trovo nelle opere di Maraniello e ne costituiscono uno degli aspetti più significativi: “La matematica non ha sicuramente la minima parte nell’attrattiva e nel moto dell’animo che la musica provoca, ma è solo la condizione indispensabile di quella proporzione delle impressioni, sia nel loro legame sia nel loro mutamento, mediante la quale diviene possibile comprenderle e impedire che esse si neutralizzino a vicenda, e piuttosto far sì che si armonizzino in un continuo mutare e rinfrancarsi dell’animo mediante emozioni con esse consonanti e quindi in un gradevole godimento interiore” (Immanuel Kant, Critica della facoltà di giudizio, Biblioteca Einaudi, Torino 1999, pag. 165). Sono facilmente individuabili, mi pare, in queste parole, quegli elementi di permanenza e trasformazione, sempre all’interno di una salda volontà compositiva, che integrano, nelle opere di Maraniello, l’esprit de géometrie (e mi scuso se faccio di nuovo ricorso alle parole di un filosofo, stavolta Pascal) con la continua, sottile variazione armonica della giustapposizione degli elementi costituenti l’opera compiuta.
Nel “Museo del ‘900” di Castel Sant’Elmo, a Napoli, è esposta una di queste opere, Equilibrio, del 1978; è un’opera quasi liminare, pure vi compaiono, e già disposti con proporzione kantiana, elementi che faranno sempre parte della ‘dispensa’ di sapori cui Maraniello ha attinto nei decenni successivi: la superficie piana ma dalla testura tormentata, la ‘perforazione’, che implica la chiamata in causa della tridimensionalità, e infine un elemento plastico, cui è affidato, dietro l’emulazione di un corpo umano in movimento, il compito di intercettare le ‘tensioni’ spaziali. L’armoniosa ricomposizione di queste componenti, cui potremmo aggiungere il cromatismo castigato e la decisa delimitazione del campo d’azione creatrice, che si presenta qui con la massima ‘naturalezza’, e che – impareremo con gli anni e con il succedersi delle opere – non è assolutamente una dimostrazione di disinvoltura ma l’approdo di un percorso di elaborazione poetica. Una distillazione figurativa che punta a un obbiettivo ben preciso, e dichiarato già nel titolo, la conciliazione attraverso la giustapposizione, lo stato dove l’equilibrio delle forze in campo trova un fragile, provvisorio, ansioso equilibrio . Appunto.

Vorrei chiarire che non considero le opere di Maraniello, a qualsiasi livello dimensionale, degli approdi, al contrario, proprio nel momento in cui il quadro, la scultura, l’installazione, il mosaico lasciano l’officina, è come se prendessero il largo: si fanno strada nel mondo portando non soltanto il segno dell’artefice che le ha create, ma anche lo stigma dello scacco dell’arte. Uno ‘scacco’ obbligato, oggi, per opere che fagocitano ogni materia, che calamitano il legno bruciato e il marmo statuario, i pigmenti e le tessere musive, il ferro arrugginito e l’acciaio corten, l’oro e l’argento, il bronzo e la tela … un catalogo di materiali che spiega bene l’enorme ambizione dell’artista: quella di porre al riparo le cose dalla dispersione e dalla consunzione implicita nel superfluo, parola estranea al mondo dell’arte, dove tutto è necessario. Creare è come ‘ricreare’, si rimette al mondo un pezzo di legno eroso dal tempo facendolo entrare in contatto con un filo d’acciaio a cui è sospeso un oggetto misterioso. Ma si ricrea, nelle cose, attraverso le cose, anche uno stato d’animo, una speranza, un sogno di un ‘altrove’ di bellezza. Quello che colpisce nella produzione dell’artista è la capacità di subordinare, all’equilibrio formale dell’opera, le innumerevoli tensioni che riesce a creare al suo interno, e non parlo soltanto del “bel composto” - per usare un’espressione cara ai trattatisti barocchi, con la quale si indicava all’ammirazione degli spettatori l’ingegnosità con cui un artista riusciva a subordinare pittura, scultura e decorazione alla riuscita dell’immagine finale – attraverso il quale riesce a modulare plasticamente elementi diversi, ma intendo principalmente la sua capacità di ‘chiudere’ la forma. Infatti, nonostante il sovrapporsi dei piani, l’intrecciarsi delle materie, l’intricarsi dei motivi plastici, nessuna opera di Maraniello, neppure quelle che si ‘lanciano’ spericolatamente nello spazio, perde mai di vista la necessità di porvi il sigillo del ‘finito’.
Un ‘finito’ che è fatto di perfezione formale, di impeccabile messa a punto del dettaglio, di equilibrio.
Alla luce di questa compiutezza dell’immagine, nella quale si risolvono tensioni creative e tensioni figurali, assumono un senso diverso anche le tracce, i ricordi, gli apporti di artisti che hanno lasciato nella creatività di Maraniello un segno riconoscibile, attraverso il quale è più facile entrare in questo mondo così vario eppure così coerente, di fede immacolata nel destino di redenzione dell’arte eppure al tempo stesso così roso dal dubbio, dall’incertezza, dalla paura del vuoto. L’abilità di tracciare il limite entro cui far giocare gli elementi della composizione, in modo da non far collassare l’opera per le tensioni fra gli elementi che la compongono, non può però lasciare in secondo piano l’abilità con cui Maraniello inserisce nelle sue opere, anche in quelle plasticamente più compiute, un sottile senso di instabilità, quella leggera incertezza di chi non si sente perfettamente sicuro del terreno su cui cammina. E’ questo il ‘sintomo’ della modernità di un artista, donarci l’illusorio convincimento di una pacificazione, del venire a capo del mondo nell’opera d’arte, salvo farci poi ricredere con un contraccolpo inaspettato, perché credere nella bellezza è come camminare su un filo sospeso nel vuoto, non bisogna mai abbandonarvisi completamente se non si vuole cadere, perché l’arte è un gioco, ma rischioso.

Giuseppe Maraniello IN-ES
Sottotitolo:
Catalogo numero: 138
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