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Carl-Henning Pedersen - flying colours

4 Mar 2011 - 30 Apr 2011

Opere

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Carl-henning Pedersen
Torden fogl, Jerusalem, 1979, acquerelli, cm 56x78


Carl-henning Pedersen
Stjernernes fogl, Jerusalem, 1979, acquerelli, cm 56x78


Carl-henning Pedersen
Sljennesqi, Ashkelon, 1979, acquerelli, cm 56x78


Carl-henning Pedersen
No title, 1980, acquerelli, cm 48x33.


Carl-henning Pedersen
Leda and the swan 1979, olio su tela, cm 60x70


Carl-henning Pedersen
Bla himmelfogl, Jerusalem, 1979, acquerelli, cm 56x78


Carl-henning Pedersen
Heavenly travelers, 1980, olio su tela, cm 124x99


Carl-henning Pedersen
Fugl fra universet, Jerusalem, 1979, acquerelli, cm 56x78


Carl-henning Pedersen
The dialogue, Molesmes, 1984, olio su tela, cm 60x70


Carl-henning Pedersen
No title, Molesmes, 1985, olio su tela, cm 60x70


Carl-henning Pedersen
No title, Molesmes, 1985, olio su tela, cm 60x70


Carl-henning Pedersen
No title, Molesmes, 1985, olio su tela, cm 60x70


Lorenzelli Arte inaugura giovedì 3 marzo la mostra dell'artista danese Carl-Henning Pedersen: una proposta originale nel panorama artistico che rappresenta l'occasione, davvero rara in Italia, di poter ammirare i lavori di questo artista, scomparso nel 2007 a novantaquattro anni, esponente di spicco del gruppo CoBrA con Jorn, Alechinsky, Appel, Corneille e Constant.
La mostra - che cade esattamente a trent'anni dalla prima personale di Pedersen allestita nella sede di via Sant'Andrea - propone una selezione di circa 50 opere di varie dimensioni: oli su tela ed acquarelli realizzati tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

“Che cosa mi spinge a dipingere in questo modo? Un pittore preferisce che siano i suoi quadri a dare la risposta, perché ci sono dei limiti in quel che possiamo rivelare del nostro stato d'animo. Una cosa comunque posso affermarla, ed è la sensazione stimolante che provo a trovarmi immerso nel paesaggio italico di Campriano, a sud di Siena, circondato dalle splendide colline toscane, una sensazione accresciuta dalla consapevolezza che qui, molti anni fa, vivevano gli Etruschi. La loro arte e il loro modo di considerare la vita e la morte entrano in contatto col mio modo di sentire l'arte e la vita.”

Artista autodidatta, Pedersen ha sempre mostrato interesse per la pittura e la scultura medievale della tradizione nordica - che ha avuto un ruolo importante nello sviluppo di CoBrA - ed è stato egli stesso che ha capito l'importanza del collegamento del presente con il passato sviluppando un linguaggio pittorico che acquisisse in modo incredibilmente rapido un carattere originale.

La figurazione, che in alcuni esponenti del gruppo è astratta, di derivazione onirica e immaginifica, in Pedersen si concretizza in forme identificabili: l'uccello e il cavallo, l'uomo e la donna, il sole e la luna, tutti elementi messi in rapporto fra loro a “raccontare” la realtà esterna ma soprattutto segni e simboli archetipici presi dalla storia dell'arte. Riferendosi agli affreschi medievali delle chiese danesi, in un articolo sulla rivista “Helhesten”, Carl-Henning Pedersen diceva di trovarvi non solo un'iconografia vicina alla sua, ma anche un dono di rappresentazione epica e di capacità di meraviglia poetica che sentiva egli stesso possedere.
Pedersen è sempre stato artista prolifico fin dagli inizi della sua carriera, ed è riuscito a suscitare grande meraviglia con i suoi intrecci di mitiche figure cosmiche e creature da sogno sia che siano state rappresentate in pittura o nei suoi mosaici; il suo simbolismo è sempre rimasto irrisolto, una “imagerie” favolistica di grande impatto visivo ed emotivo.

Le opere in mostra testimoniano come questa sua inclinazione al fiabesco si sia consolidata e rafforzata con l'uso di colori sempre più luminosi: “Sono diventato pittore quando ho scoperto la gioia di porre un colore accanto ad un altro. Da allora continuo a ricercare il segreto del colore… Voglio cogliere la luce dorata del sole e fissarla sulla tela” dichiara in suo testo poetico del 1950 riportato nel catalogo della mostra.
Certamente, dopo l'esperienza CoBrA, gli anni successivi costituiscono per Pedersen un felice e fecondo periodo: oltre alla pittura la sua produzione artistica abbraccia la scultura, la poesia e il mosaico. Le sue opere sono presenti nei maggiori musei e collezioni del mondo.
Nel 1976 durante l'inaugurazione del Carl-Henning Pedersen og Else Alfelts Museum, Pedersen ha donato al museo un cospicuo numero di opere.

In occasione della mostra sarà pubblicato il catalogo numero 134 che conterrà le riproduzioni a colori di tutte le opere esposte, l'intervista che Bruno Lorenzelli fece a Carl-Henning Pedersen nel 1980, un testo dell'artista stesso e un testo critico di Claudio Cerritelli.

Titolo: Il volto smagliante del colore

Autore: Claudio Cerritelli

Seppur legate ad una stagione circoscritta tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta (1979-1986) le opere di Carl-Henning Pedersen esposte in questa mostra mettono in evidenza il senso profondo della sua lunga avventura pittorica, attraverso le figure visionarie e fantastiche del suo mondo immaginativo, proiettato dalle radici segrete dell’anima verso gli orizzonti ardenti del visibile.
Le affinità e le differenze dell’arte di Pedersen rispetto alle morfologie che caratterizzano il gruppo Cobra (1948-1951) sono riscontrabili nella necessità, da un lato, di liberarsi dall’accademismo del passato e dalle sue convenzioni rappresentative e di entrare, dall’altro, nella totalità espressiva del flusso pittorico, in quella dimensione dove mente e corpo sono permeati della stessa sostanza, attraversate dal medesimo impulso generativo della forma.
Con la pittura di Appel, Alechinsky, Corneille, Wyckaert, Constant, Jorn – solo per citare alcuni nomi storici del gruppo - si avverte l’urgenza emozionale del colore come strumento per sorprendere lo sguardo con l’energia turbolenta della materia.
Allo stesso modo, il mondo figurale di Pedersen evita ogni estetismo intellettualistico e coincide con il ritmo stesso della vita, con le inquietudini del pensiero in cerca di sconfinate luminosità, con il desiderio incontrastato di immergersi nella vastità del paesaggio e sentirsi parte del suo divenire.
All’origine di questa concezione creativa sta l’ansia di congiungere nella stessa visione creature umane e figure di animali, tramiti immaginativi di una vitalità che coinvolge tutti gli aspetti dell’esistenza, dalla memoria stupefatta dell’infanzia alla tensione sensoriale che abbraccia il mondo nell’infinito scorrere dei suoi elementi primari.
Se si osservano le opere giovanili (1937-1947) si incontrano storie di animali e storie di natura intrecciate alla fisicità corporea degli uomini; il rapporto tra sensazioni primordiali e sentimenti umani è stringente, molteplici sono gli incastri tra le figure messe in scena come energie dello stesso flusso cosmico.
La balena e il pescatore, il cavallo e il bambino, l’uccello predatore e l’uomo esploratore, figure della memoria e simboli ancestrali, fiori notturni e bagliori d’aurora, e ancora uccelli, cavalli, pesci e altri strani personaggi coinvolti in movimenti forsennati e selvaggi. Storie favolose allettano lo sguardo sul filo di magiche avventure dove il profumo inebriante dei colori si diffonde in ogni dove, lo spazio diventa fluido e avvolge lo sguardo con vibrazioni improvvise, emanazioni di luce fissate nel vortice delle tenebre, segni vigorosi che demarcano le forme nei loro minimi dettagli.
La vera sfida è entrare in sintonia con la dimensione arcaica del visibile,ogni figura è dipinta sulle ali dell’istinto, ogni traccia corporea sprofonda nelle risonanze cosmiche del blu, nelle cangianze del cielo, mentre gli orizzonti si addentrano negli oscuri meandri della materia.
L’arbitrio del colore è una possibilità che Pedersen assimila dalla lezione dell’Espressionismo, infatti non v’è ragione che possa limitare l’impulso a dipingere il sole viola, gli occhi gialli, l’uccello verde, il cavallo rosso, la policromia primitiva di una maschera o un volto fantasmatico totalmente bianco.
L’indipendenza da qualunque tipo di referente realistico consente di oscillare tra l’astrazione e la metamorfosi con l’animo rivolto ad atmosfere fluenti, immagini trasfigurate dalla forza espansiva del segno che produce mutazioni, deforma le fisionomie, inventa uno stile che trasmette la veemenza interiore del colore.
L’attitudine è quella di cercare accordi profondi tra le vicende del tempo storico e le risonanze soggettive dell’atto creativo, tra le tensioni sociali e la possibilità di reagire alla conflittualità del reale con l’azione fantasticante della pittura.
Infatti, se negli anni della guerra le dominanti cromatiche sono talvolta pervase da un senso di ripiegamento solipsistico, nel corso degli anni Cinquanta il clima delle forme si rischiara, la luce diventa sempre più solare. Le figure mostrano colori smaglianti, le superfici sono impreziosite da linee variopinte che evocano influenze etnografiche di varia provenienza, dall’arte popolare agli archetipi tribali, dai ritmi africani alle leggerezze orientali, senza dimenticare le fonti della tradizione nordica e l’assimilazione di iconografie medievali, influenze di cui l’artista avverte il grande fascino simbolico.
Ciò significa che il laboratorio pittorico di Pedersen sperimenta vari modi per giungere alla sintesi espressiva del colore attraverso il confluire di orientamenti differenti nel gesto esuberante della sua arte immaginaria, arte che è riduttivo definire astratta in quanto contiene tutti i colori del mondo e tutti i sentimenti che l’uomo prova nel suo legame spontaneo con le altre creature dell’universo.
L’autonomia nei confronti degli artisti del gruppo Cobra è salutare all’evolversi del suo linguaggio, infatti la distanza dai colleghi danesi, olandesi e belgi - con i quali condivide ideali di rinnovamento creativo – spinge Pedersen verso una fantasia espressiva che vuole comunicare il valore liberatorio del colore come linguaggio universale.
“Voglio carpire i raggi del sole e descrivere il ritmo della vita – scrive Pedersen nel 1950 - “terrò nelle mie mani le vampe di fuoco e ad una ad una le libererò perché ardano sul quadrato della tela”.
Questo avvampare di vitalità è il movente irrefrenabile che trascina la pittura al culmine di ogni sua apparizione, questa esigenza di liberare il colore è il processo espressivo per cercare il mistero dell’esistenza attraverso gli elementi primordiali della “natura naturans”, natura infuocata anche quando è messa in posa come frutta in un vassoio; oppure quando vaga liberando i suoi riflessi tra le onde o si frantuma nelle sensazioni policrome di un paesaggio senza confini.
In questa continua esplorazione delle risultanze immaginarie del colore Pedersen ha vari punti di riferimento nella storia della pittura contemporanea, in diverse occasioni egli ha evocato artisti fondamentali come Klee, Kandinsky, Chagall, Picasso: esempi di invenzione spaziale che indicano l’inafferrabilità di un’unica prospettiva di ricerca, dunque la compresenza di dinamiche espressive più misteriose delle identità linguistiche di cui l’arte si avvale di volta in volta.
Non a caso Klee cerca sottili punti d’incontro tra visibile e invisibile, Kandinsky imprime alla forma un sentimento dotato di suono interiore, Chagall riscopre i legami meravigliosi tra l’uomo e il mondo degli animali, Picasso trova la via alla metamorfosi perenne attraverso un proliferare di forme senza freni.
Tutte questioni che Pedersen affronta con la forza viva del colore, con necessità di trasmutare ogni soggetto nella verità della pittura, nel fascino radioso dell’immagine che in sé contiene innocenza e stupore, meraviglia e sconcerto, avvincente dialettica di sguardi verso altre luci, altre soglie, altre apparizioni.
A sostenere questi sconfinamenti contribuiscono i numerosi viaggi che l’artista compie sospinto da un profondo interesse per l’Europa del Sud; oltre all’Italia i Paesi frequentati sono Svizzera, Francia e Grecia, fino alle porte dell’Oriente, Turchia e Nepal. Il desiderio di viaggiare tocca anche Norvegia Islanda e Lapponia, atmosfere del tutto diverse che accompagnano una profonda meditazione sui luoghi del paesaggio come rivelazione del rapporto tra luce reale e luce immaginaria, luce pensata e luce sognata, desiderio di luce al di sopra di ogni altra dimensione del visibile.
Negli anni Sessanta e Settanta, parallelamente all’intensificarsi dell’attività espositiva fuori dalla Danimarca, si accentua la sperimentazione delle tecniche espressive, non solo produzione pittorica, disegnativa e grafica, ma anche libri d’artista, sculture proteiformi, scene teatrali, decorazioni murali, affreschi e mosaici. Esperienze riconducibili a un’idea di arte totale dove la funzione attiva del colore sta sempre in primo piano rispetto alle varie occasioni d’intervento, essendo la pittura in contatto con tutte le situazioni che l’artista sente necessarie al suo modo di percepire l’arte e la vita.
Questo complesso carico di esperienze si avverte nelle opere dipinte nella prima metà degli anni Ottanta di cui questa mostra fa tesoro come un poema di variazioni sullo stesso tema, una sequenza di figure stralunate e vaganti dotate di un dinamismo cromatico avvolto in un’unica atmosfera.
I caratteri della pittura di Pedersen sono sempre legati al principio di trasfigurazione fantastica del colore, origine e destino di ogni sperimentalismo tecnico e di ogni eccitazione figurale che prende corpo con forte personalità.
Pennellate veloci, segni essenziali, forme stilizzate, materie fluide, modi compresenti di raccontare un mondo di colori polifonici che evocano aromi fisici e spirituali, sensazioni tattili e pensieri evanescenti, in un continuo fluire di stati d’animo che riflettono i ritmi sensuali del dipingere.
Dentro i tratti figurali del segno, il colore respira con improvvisi getti di luce, colore impulsivo e mutevole sospinto dall’immediatezza del gesto, anche da un indubbio automatismo esecutivo che genera il divenire esorbitante delle forme.
Quella dei volti è un’ossessione dominante, essi sbocciano come infiorescenze, hanno protuberanze primordiali, smorfie di piacere o sintomi di dolore, talvolta sembrano escrescenze laviche, in altri casi sono macchiate di pigmenti rituali, maschere di un’umanità senza tempo. La capacità di indagare i tratti salienti del volto spinge Pedersen a sperimentare le fisionomie rispondenti alle sue esigenze d’invenzione, così ci sono volti perplessi, volti commossi, volti radiosi e volti allarmati, volti minacciati da oscuri presagi e volti colti di sorpresa, quasi storditi da pensieri abnormi. I volti sono messi in fila come un percorso ininterrotto di sinestesie cromatiche che il pittore definisce ad ogni passo, in simbiosi emotiva con imprevedibili apparizioni dell’ardore fantastico.
Volti accesi di giallo e d’arancio, volti rossi immersi nel blu e nel verde, variopinti e disgregati, aggrovigliati nelle turbolenze del pigmento, incandescenti di passione e talvolta anneriti di tristezza, volti irriconoscibili e disfatti come larve informi, volti che vengono prima di ogni altra presenza.
Per quanto si voglia descrivere l’intera gamma cromatica di queste figure strabilianti sospese tra terra e cielo, non si riesce ad esaudire ciò che gli occhi possono seguire dai minimi particolari alla composizione tutta intera, infatti differenti sono i gradi d’espressione delle figure che balenano nel paesaggio, intuizioni di nuove energie tese a intensificare la natura smagliante del colore.
Quello che conta è che Pedersen non si distoglie mai dal dialogo speciale che la pittura stabilisce tra animali umanizzati e uomini animaleschi, entrambi accomunati dall’espressività degli occhi che guardano e sono guardati, guardano la natura in cui sono immersi e si dilatano oltre i confini del visibile.
Gli occhi sono vividi di lucentezza, le linee serpeggiano con evoluzioni improvvise, i colori sgusciano dai becchi appuntiti, stanno di fronte agli altri personaggi ammutoliti, con i corpi scomposti tra tensioni astratte e legami ancestrali, come se istinti contrastanti potessero irradiarsi tutt’intorno.
I ritmi del flusso pittorico sono continuamente alterati dal proliferare di questi animaloidi che invadono lo spazio senza tregua, come se il più grande appagamento fosse per Pedersen la ricerca di un continuo sprigionarsi di tutte le forme in gioco, figure volanti che dai solchi inquieti del vissuto si inoltrano verso le risonanze cosmiche dell’universo.

Titolo: La luce dorata

Autore: Carl - Henning Pedersen


Nella pittura cerco di rifondere un una sintesi di colore gli esseri umani, la terra e l’universo.
I miei quadri vivono nel mondo della fantasia e si basano sugli stessi principi di tutta l’arte popolare. Se il nostro intento è un’arte che parli alla gente, un’arte che svolga un ruolo importante nello sviluppo dell’umana società, dobbiamo attingere alle ricche fonti racchiuse nell’interiorità comune a tutti gli uomini. Pervaso dall’immediatezza del fuoco, il linguaggio del cuore, contenuto di tutta l’arte vera, raggiungerà la gente e guiderà la creazione.
Sono diventato pittore quando ho scoperto la gioia di porre un colore accanto a un altro. Da allora continuo a ricercare il segreto del colore. Ho capito che questo aiutava a chiarire il mio stesso mistero di uomo.
Creare vuol dire crescere. Crescita è la comunicazione umana, congiunta ai segreti della natura.
L’arte esprime il vigore della vita, e, come la vita stessa, travalica tutti quei limiti che ne impediscono la piena espansione.
Una nuova intuizione non può mai fuorviare, né diventare evasione della realtà quando si armonizza con l’essere umano.
Non esiste una teoria valida per la creazione. Dobbiamo assecondare la nostra spinta interiore e seguire gli impulsi che determinano ogni forma d’arte individuale.
La pittura è colore, e proprio nel color noi, in quando pittori, dobbiamo esprimere il contenuto.
Dobbiamo tentare di raggiungere una generale intesa su questa cosa splendida e stupefacente che è il colore, il rosso, il giallo, il blu, l’arancio, il verde, il viola, il bianco e il nero. Qui è il nostro mondo di cielo e terra e questo è lo strumento che il pittore dovrà modulare.
Voglio cogliere la luce dorata del sole e fissarla sulla tela. Nulla è più difficile. Voglio trattenere la fluente luce, vibrante e balenante, che avvolge il nostro mondo; arrestare questa luce nel tempo, il tempo dal flusso constante che porta verso nuove direzioni nel destino dell’uomo.
Le città sorgono e cadono.
L’uomo nasce, vive e muore.
Originato dalle ardenti vette del sole, il grande moto della natura si riflette nello sfolgorante lume degli astri.
I colori, strani e affascinanti, agiscono sulla vita umana. Dal rosso, colore del cuore e dell’amore che libera e imprigiona, fino alle distese blu-verdi dove noi dimoriamo e dove i nostri figli nasceranno e saranno amati,
Io voglio afferrare i segreti del colore e donarli, uno a uno.
So che posso farlo. Oppure lascerò che il dubbio mi guidi in salvo oltre gli scogli, fino all’isola dove la Fenice si cela e vive entro il fuoco.
Voglio carpire i raggi al sole e descrivere il ritmo della vita.
Terrò nelle mie mani le vampe di fuoco e ad una ad una le libererò perché ardano sul quadrato della tela.
Che l’ardore mi bruci, che io diventi sole. Che la luce penetri nell’arcobaleno che annuncia nuova vita. Voglio abbracciare il sole nel suo moto, mentre dipingo. Mi servirò dei suoi raggi e ad uno ad uno li plasmerò sulla mia tela. Voglio carpire il sole perché il giorno non abbia più fine.

KØbenhavn 1950

Titolo: Intervista con Carl-Henning Pedersen, Campriano - Siena 1980

Autore:


Dopo giorni di pioggia a dirotto e tuoni, il tempo è tornato bello. Nel caldo sole di settembre sto
seduto di fronte a casa e provo a rispondere alle domande dell’amico Lorenzelli. La pesante
foschia che copriva le colline toscane sta svanendo, è ancora un giorno di sole.
E’ diffi cile rispondere alla prima, che cosa mi spinga a dipingere in questo modo. Un pittore
preferisce che siano i suoi quadri a dare la risposta, perché ci sono dei limiti in quello che possiamo
rivelare del nostro stato d’animo. Una cosa comunque posso affermarla, ed è la sensazione
stimolante che provo nel trovarmi immerso nel paesaggio italico di Campriano, a sud di Siena,
circondato dalle splendide colline toscane, un’emozione accresciuta dalla consapevolezza che
qui, molti anni fa, vivevano gli Etruschi. La loro arte e il loro modo di considerare la vita e la morte
entrano in contatto con il mio modo di sentire l’arte e la vita.
Lorenzelli mi chiede quale sia stata la tendenza più interessante nel dopoguerra, quella che ha
contribuito maggiormente allo sviluppo dell’arte. Questo problema lo lascerò risolvere agli storici
dell’arte.
Sono trascorsi trentacinque anni dalla fi ne della seconda guerra mondiale. Alla Biennale di
Venezia di quest’anno si direbbe che l’interesse sia stato sostituito dall’interesse per la parete
circostante; meglio ancora se si tratta di un muro bisognoso di ritinteggiatura, con la vecchia
vernice che si sta scrostando. Quello che sta intorno è diventato importante, è diventato il
centro dell’interesse. Questo può sembrare assurdo ma ci costringe a rivalutare e a rifl ettere,
e infl uenzerà la “vera creazione artistica”. Perché il muro, di per sé, non è un’opera d’arte,
ne è solo un sintomo, un simbolo rivelatore del fatto che ora i vecchi valori accettati vengano
rifi utati. Questa “arte” di oggi ricorda un Ragnarok (nella mitologia nordica signifi ca “il giorno
del giudizio”) in cui nulla dovrebbe sopravvivere. E’ importante che il pittore rimanga ottimista,
altrimenti non potrebbe riuscire a dar forma al suo ideale di bellezza su un pezzo di tela.
Alla terza domanda, quali artisti siano stati importanti per me, posso solo rispondere: tutti quegli
artisti che hanno contribuito all’irruzione dell’arte moderna nel ventesimo secolo, come Klee,
Kandisky, Picasso, Matisse e diversi movimenti pittorici, dall’Espressionismo al Costruttivismo,
fi no allo Spontaneismo. Il movimento, la sensitività, la personalità artistica sono ciò che conta
per me.
Che cosa penso della fotografi a come arte?
Ovviamente, la fotografi a è un mezzo valido d’espressione artistica, capace di mostrare la
personalità del creatore. Molti pittori hanno provato a trasferire una fotografi a sulla tela - è il
caso dell’Iperrealismo - ma personalmente non sono d’accordo. Mi piace la fotografi a per i suoi
elementi caratteristici, tanto diversi da un dipinto.
Vale la pena che le fotografi e siano esposte con lo stesso entusiasmo dei quadri?
Che cosa penso delle Biennali di Venezia e di Kassel?
Non tutti sono fatti positivi. Ogni sforzo per presentare il movimento artistico nella nostra società
è importante e necessario. La futura generazione potrà comprendere il nostro tempo, attraverso
il nostro clima artistico.
Sullo stato attuale della critica d’arte? Un artista ha certamente bisogno di attenzione per la
propria opera. Che un artista sia considerato in modo negativo o positivo, dipende da vari fattori.
Ma se un artista è suffi cientemente solido, alla fi ne otterrà una critica valida. Con la critica d’arte
è come con l’arte stessa, la qualità sopravvive sempre, se appena ci è concesso di continuare.
Cosa penso della pittura negli anni ‘80?
So soltanto quello che voglio fare io, sempre che sia possibile saperlo in anticipo. Negli anni a
venire mi piacerebbe espandere le mie esperienze ed intuizioni, vorrei superare i miei migliori
dipinti. Ma per giungere a questo è necessaria l’ispirazione.