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Arcangelo - lunga notte di stelle Sannite

18 Nov 2004 - 15 Gen 2005

Opere

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Esposte circa trenta tele tecnica mista su tela, di medie e grandi dimensioni, una grande scultura in ferro: Palo Sannita, un'installazione di dieci “serpi” in bronzo:Un mondo di vipere, e otto testine “sannite” in cera: Teste Sannite. Tutte le opere sono state appositamente realizzate per questa esposizione.

I cicli pittorici di Arcangelo non devono essere letti come momenti di lavoro distinti e separati l'uno dall'altro, bensì come un continuos nel quale, di volta in volta, forme e segni affiorano e si rivelano in mirabili suggestioni.
La pittura di Arcangelo si esprime infatti come un fitto racconto di immagini e segni, dove i diversi elementi entrano ed escono di scena solo momentaneamente, e dove i richiami e gli echi alla cultura delle origini fanno da sfondo a questo teatro di personalissimi sensi poetici.

I Sanniti sono gli uomini nati nella terra del Sannio, terra d'origine dello stesso Arcangelo, figure dalle quali l'artista prende spunto per attuare un'originalissima interpretazione della storia, delle tradizioni del suo popolo e della sua gente. Questa indagine, serrata nei materiali “iconografici” tipici della sua madre terra, è da sempre il tema fondamentale dell'arte di Arcangelo; il dato, umano e sensibile, che da anni costituisce la cifra inconfondibile della sua pittura.

Catalogo disponibile in galleria, con testo di Ivan Quaroni che illustra ampiamente tutta la genesi del ciclo, Lorenzelli Arte n°110, italiano/english, apparati bio-bibliografici e circa 30 illustrazioni a colori.

Titolo: Lunga notte di stelle Sannite

Autore: Ivan Quaroni

Dal suo primo apparire, con la grande tela di San Martino Valle Caudina del 2001, fino ad oggi, il ciclo di lavori dedicato ai Sanniti ha subito numerose trasformazioni, quasi si trattasse di un corpo organico in continua evoluzione, teso a svolgersi non solo nell'ambito ristretto della pittura, ma anche attraverso le derive plastiche ed installative e quei sorprendenti recuperi che hanno coinvolto l'antica pratica degli affreschi come la tradizione artigianale della ceramica e quella delle stampe a monotipo. Da sempre, infatti, la ricerca di Arcangelo ha saputo spaziare nei più diversi ambiti creativi, pur mantenendo intatto il valore di una sigla stilistica immediatamente riconoscibile, eppure in costante metamorfosi. Come una corrente energetica sotterranea ed inesauribile, il legame di Arcangelo con le forze telluriche della propria Terra, quel Sannio aspro e selvaggio che l'artista ha inteso sia in senso letterale che metaforico, allargandone talora i confini fino a comprendere l'intera mediterraneità e poi superarla nell'Africa dei suoi Dogon, nella Persia dei suoi Tappeti e nella grande Cina di Verso Oriente, rimane una delle caratteristiche imperturbabili di tutta la sua opera. Così come lo sono l'attenzione per le realtà del quotidiano - dalla Coltivazione di mais (1988) alle Montagne d'origano (1992) - ma anche per i grandi misteri spirituali, soprattutto quelli cristiano-pagani che, come inquietanti apparizioni di lari domestici (come la bella mbriana), si avvicendano in molti cicli precedenti, dai Dogon alle Stanze dei Misteri. Ora, tutto il vocabolario di Arcangelo, quei grafemi e quei pittogrammi evocativi di un mondo che è al contempo terreno e ultraterreno, spirituale e carnale, è confluito nel ciclo dei Sanniti, mescolandosi a segni e simboli inediti, che amplificano la fragranza di una “lingua” nuova e tuttavia familiare. Se da una parte, infatti, i Sanniti contengono elementi di continuità, come gli idoli fallici delle Montagne Sante, le configurazioni spaziali delle Stanze, le campane di vetro dei Misteri, le croci e gli ex voto disposti su tavoli, mensole e letti penitenziali, i neri di Terra mia, le macchie di colore organico e i soli dei Pianeti, dall'altra la profusione di nuovi elementi sia tematici che stilistici, riflette la vocazione sperimentale di un artista che, a differenza di altri, non si lascia intrappolare dalle logiche seriali. Nel caso di Arcangelo, l'apparire di un nuovo ciclo di lavori è sempre un evento foriero di novità, un'occasione per scoprire e rileggere l'intero suo percorso alla luce delle scoperte attuali. Ma procediamo con ordine. Nascita di un ciclo Nell'estate del 2001 nasceva la prima tela dei Sanniti. L'opera, di grande formato, introduceva una serie di novità rispetto alle opere precedenti. Prima di tutto la scelta di dominanti cromatiche più accese, giocate su toni caldi e terrosi, poi la comparsa da un lato di nuove figure – quelle più propriamente sannite – e dall'altro l'enfasi data ad icone recuperate dalla serie dei Misteri. Una gigantesca Madonna nera, traccia della religiosità popolaresca e sanguigna del sud Italia, si accompagna ad una teoria di guerrieri dallo strano copricapo, antichi custodi armati che rievocano, nelle forme, la severità italica del Guerriero di Capestrano (VI Sec. a.C. Chieti, Museo Archeologico). Nuova è pure la distribuzione dei pesi sulla tela e l'organizzazione dello spazio della rappresentazione. La ripartizione a riquadri richiama espressamente quella delle decorazioni parietali romane, ma il linguaggio segnico ed espressivo è quello tipico di Arcangelo, pieno di tracce gestuali, di accenni figurativi, di colature di colore, di scritte e di macchie. Non è la prima volta che suggestioni del mondo classico compaiono nel lavoro dell'artista, ma sono sempre e solo forme allusive, mai citazioni pedisseque. Come le anfore esposte al Caffè Florian nel 1991 erano un tributo, più poetico che formale, alle ceramiche del greco Eufonio, così le prime tele dei Sanniti resuscitano l'idea di una classicità italica cruda e barbarica, ma mescolata con reminiscenze della cultura cristiana e pagana popolare, sempre all'insegna di una re-interpretazione moderna delle radici del proprio patrimonio mnemonico. Per Arcangelo la Storia non è un serbatoio cronologicamente ripartito, scientemente ordinato, ma un accumulo di sovrapposizioni e stratificazioni in cui simboli e segni di età diverse convivono fianco a fianco, come elementi di un unico e vitale substrato culturale. Poco importa che figure di Madonne nere e battenti incappucciati si affianchino a fantasmi di guerrieri sanniti, che nei riquadri tipici degli affreschi pompeiani compaiano figure archetipiche di carri, antilopi e cerbiatti che sembrano sortiti dai graffiti rupestri della Val Camonica o del Sahara, ciò che conta, per Arcangelo, è la vivificazione di segnali ancora pulsanti nel DNA della propria Terra e, in senso allargato, di tutta l'umanità. Non a caso, i suoi Sanniti non sono da intendersi in senso esclusivamente letterale, ossia come l'antico popolo di guerrieri che sconfisse i romani presso le forche caudine e che diede i natali ai più spietati e valorosi gladiatori, ma semplicemente come gli uomini del Sannio, un territorio di stratificazioni multiple che ha inglobato, nel corso del Tempo, la cultura dei greci, dei romani, dei bizantini, degli arabi, dei goti, dei longobardi, dei francesi e degli spagnoli. Insomma i Sanniti diventano, nella pensiero artistico di Arcangelo, una razza di antenati, testimone di epoche lontane. In questo senso, essi possono assumere forme sempre diverse e il loro segno può trasmigrare nei pittogrammi più vari, dai carri che annunciavano l'avvento dell'era agricola agli ex-voto cristiani intrisi di paganesimo che ancora oggi ritroviamo nelle credenze e sulle mensole delle stanze del Mezzogiorno, dalle (sante) montagne falliche alle ruote che si trasformano in soli e lune azzurre, dalle antilopi delle preistoriche scene di caccia alle figure di apocalittici impiccati della tradizione romanica, fino ai battenti incappucciati di Guardia Sanframondi, ibridati con forme di idoli Dogon, di pope ortodossi o di mullah arabi. A sottolineare il legame poetico con questa Terra sono anche i titoli stessi delle opere, sempre evocativi di una realtà antica che si perpetua nel presente: L'ultimo giorno dell'anno sannita (2001), Trenta giorni dal Sannio e dai Trofei di caccia (2001), Sotto le stelle sannite (2002) e Sanniti delle stelle, della luna, della terra (2002). Vecchi e nuovi Sanniti I primi lavori del ciclo dei Sanniti, quelli antecedenti o contemporanei alla serie dei Feticci, si differenziano notevolmente da quelli più recenti, dipinti tra il 2003 e il 2004. Le prime opere recano traccia della visione, da parte di Arcangelo, degli affreschi romani della Domus Aurea, un'esperienza che sembra infondere nuova grazia nel vocabolario segnico dell'artista, soprattutto se si considera la durezza formale dei Misteri e delle Stanze, o quella del lunghissimo iniziale ciclo di Terra mia. In alcune tele, insieme alla ripartizione tipica degli affreschi classici, incontriamo raffigurazioni d'uccelli e brani di giardino. Nella storia dell'Arte romana s'incontrano spesso, a partire dall'Età di Augusto, affreschi in cui – come scrive Bianchi Bandinelli -“dietro sottili recinzioni, consuete per le aiuole, si eleva un folto bosco di varie essenze vegetali, e uccelli giocano tra i rami o solcano cieli azzurri” . Affreschi con giardini e uccelli si possono vedere, ad esempio, nella Villa Livia, a Prima Porta, nell'Auditorio di Mecenate a Roma e nella Casa del Menandro, a Pompei. Si tratta di un motivo di origine iranica che i greci chiamavano paradeisos, che ritroviamo oggi, sotto forma di apparizione quasi evanescente, in lavori come Sanniti, 9 agosto 2001 e Trenta giorni dal Sannio e dai Trofei di caccia. Queste figure, dipinte con delicatezza, fanno il paio con accenni di recinzione che, a loro volta, non sono altro che ulteriori modificazioni delle cornici decorative dei Tappeti Persiani (1999-2000). Questa grazia, però, sembra lasciare spazio ad una grammatica più dura proprio dopo la serie dei Feticci, frutto di un periodo di angoscia collettiva, seguita al settembre del 2001. Le figure nere dei Feticci in qualche modo si riflettono nell'iconografia medievale dell'impiccato, che compare nelle tele dei Sanniti a partire dal 2002, fondendosi con i grafemi primitivi dei carri e delle antilopi e con altre icone tipiche dell'arte di Arcangelo. Anche se l'episodio ceramico degli Orti (2002) – piccoli brani di paesaggio, realizzati presso la Bottega Gatti di Faenza – può essere interpretato come una sorta di ripresa plastica dell'aggraziato motivo dell'Hortus Conclusus, in realtà, da quel momento in avanti, chiave di volta dei Sanniti diventa la figura dell'impiccato, iconografia dolorosa, che parla di sofferenza e di disperazione. Terra di otri e ceramiche bianche L'opera di Arcangelo non è mai una mera rievocazione di figure emergenti dalle lontananze della Storia, ma un tentativo di interpretare il presente alla luce di pulsioni ataviche ed istanze che si perpetuano nell'uomo come parte di un codice genetico insopprimibile. L'icona dell'impiccato, in questo senso, è il segno del disagio profondo dell'uomo contemporaneo, che si trova a fare i conti con un'epoca tra le più difficili. Invece di testimoniare il malessere odierno tramite un vocabolario di stretta attualità, magari avvalendosi di trovate formali up to date, Arcangelo preferisce impiegare un linguaggio universale, che fa appello al sostrato simbolico e archetipico dell'umanità. In pratica, distanziando la figura dell'impiccato dalla cronaca, congelandola in una dimensione senza tempo, l'artista la trasforma in un segno di valore universale, in un idolo che, chiuso nello spazio ridotto delle sue campane di vetro, viene a sostituire ed integrare il precedente campionario di madonne nere e battenti incappucciati, ma sottolineando con una nuova intensità emotiva i temi che da sempre dominano la sua ricerca. Dopo la breve, ma incisiva esperienza del Volume! di Roma, i lavori di Arcangelo subiscono un ulteriore impulso. Nelle grandi tele compare, per la prima volta, il motivo grafico degli otri, memore delle grandi anfore tunisine di terracotta che, nella mostra romana, alludevano al topos del tesoro nascosto, del contenitore di cose preziose. In Stanza dei Sanniti – Ceramiche bianche – Otri di San Nazzaro (2004) e in Terra di otri, terra di una lunga notte di stelle sannite (2004), il motivo dell'anfora è dominante. La rievocazione è, come al solito, condotta sul filo dell'apparizione poetica, della rammemorazione di un passato che non si offre come citazione, ma come segno pittorico, come fonema di un linguaggio gestuale di rara eleganza e di forte espressività. Le anfore invadono lo spazio dei riquadri sovrapponendosi agli altri elementi, accogliendo le colature di colore bianco, quasi restituendoci il profumo dei forni di cottura, la consistenza degli smalti, la fragranza della terra cotta e della ceramica. Da questi nuovi lavori emerge una tendenza verso il gigantismo, come se la grandezza delle anfore dipinte fosse insofferente alle tele di piccole dimensioni. Sembra che lo spazio, non solo quello interno al quadro, ma ora anche quello reale, quello fisico che circonda la tela acquisti una maggiore importanza. Non è un caso che l'interesse verso la scultura torni a farsi sentire sempre più di frequente nel percorso di Arcangelo. Teste Sannite, vipere e impiccati Dopo le sculture delle Navi e di Mecca, l'artista torna finalmente a plasmare la cera. Questa volta l'ispirazione lo porta a ripensare all'austerità della ritrattistica romana e all'espressività stilizzata della statuaria Tardo Antica. Le sue Teste sannite (2004) rappresentano volti immoti, fisionomie ieratiche di lontani antenati dai lineamenti severi. Si tratta ora di ritratti muliebri, simili a quelli funerari di Età Flavia (69 – 96 a.C.), che nelle ricche e complicate acconciature recano il segno distintivo del patriziato, ora di teste maschili dalla fisionomia generica, analoga a quella dei ritratti ricavati dalle maschere funebri o a quella dei personaggi scolpiti sulle arche paleocristiane. Recuperando la memoria dei busti in terracotta etruschi, ma anche le allucinate fisionomie di stile barbarico delle province dell'Asia Minore, Arcangelo riesce ancora una volta ad evocare il mistero delle origini, quello di un'ipotetica progenie di avi sanniti. Un nuovo capitolo della scultura di Arcangelo si apre, invece, con la grande stele metallica Sannita, un sorta di lingam bidimensionale sul quale è incisa la figura emblema di tutta la serie: l'impiccato. La trasposizione scultorea di un'immagine di derivazione pittorica è un esperimento inedito nella ricerca dell'artista, forse l'annuncio di una nuova modalità operativa che decreta, una volta per tutte, la fine di ogni rigida separazione tra pittura, scultura ed installazione. Ne sono un'ulteriore prova i dieci bronzi dell'installazione Biscia Sannita. Un mondo di vipere (2004).