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Gérard Schneider - abstrait lyrique

15 Nov 2012 - 2 Feb 2013

Opere

Elenco opere »
Gerard Schneider
Opus 6 Y
olio su carta intelata
cm 38,5x46,5
1968
Gerard Schneider
Opus 6 G
olio su tela
cm 130x162
1963
Gerard Schneider
Opus 34 G
olio su tela
cm 89x116
1964
Gerard Schneider
Opus 71 E
olio su tela
cm 162x130
1960
Gerard Schneider
Opus 72 F
olio su tela
cm 97x130
1963
Gerard Schneider
Opus 73 D
olio su tela
cm 97x130
1958
Gerard Schneider
Opus 92 Y, 1968, olio su carta intelata, cm 24x33


Gerard Schneider
Opus 92 B
olio su tela
cm 114x146
1955
Gerard Schneider
Opus 96 F
olio su tela
cm 97x130
1964
Gerard Schneider
Opus 79 I
olio su tela
cm 100x81
1969
Gerard Schneider
Opus 9 B, 1970, tempera su carta intelata, cm 52x75,5


Gerard Schneider
Opus 86 G
olio su tela
cm 97x130
1963
Gerard Schneider
Opus 1 Z
olio su carta intelata
cm 39x46
1968
Gerard Schneider
Opus 7 H
olio su tela
cm 33x41
1967
Gerard Schneider
Opus 8 E
olio su tela
cm 33x41
1960
Gerard Schneider
Opus 9 B
tempera su carta intelata
cm 52x75,5
1970
Gerard Schneider
Opus 11 Y
olio su carta intelata
cm 38x45,5
1968
Gerard Schneider
Opus 15 A
tempera su carta intelata
cm 52,5x76,5
1967
Gerard Schneider
Opus 30 I
olio su tela
cm 50,5x61
1967
Gerard Schneider
Opus 71 E
olio su tela
cm 162x130
1960
Gerard Schneider
Opus 77 F
olio su tela
cm 55x46
1963
Gerard Schneider
Opus 78 Y
olio su carta intelata
cm 38,7x46,5
1968
Gerard Schneider
Opus 74 Y, 1968, olio su carta intelata, cm 38,5x46,3


Gerard Schneider
Opus 124 Y, 1968, olio su carta intelata, cm 38,2x46


Gerard Schneider
Opus 135 Y, 1968, olio su carta intelata, cm 38,5x66,2


Gerard Schneider
Opus 9 Y, 1968, olio su carta intelata, cm 38,5x46,5


Gerard Schneider
Opus 110 Y, 1968, olio su carta intelata, cm 38,5x46,5


Gerard Schneider
Opus 74 F, 1963, olio su tela, cm 81x100


Un grande omaggio a Gérard Schneider e all'autonomia della sua pittura
che negli anni ha saputo mantenersi aliena da mode e compromessi,
specchio di una totale libertà spirituale costantemente perseguita
e felicemente raggiunta e di una inesausta verità interiore.

A più di venticinque anni dalla sua scomparsa e dalla successiva memorabile esposizione che Lorenzelli Arte gli dedicò per celebrare un amico ma soprattutto una grande figura intellettuale, la galleria torna a riproporre le opere di Gérard Schneider con una rassegna altrettanto significativa per la rigorosa selezione e la qualità delle opere. Con circa novanta quadri, tra oli e gouaches, scelti da Matteo Lorenzelli all'interno della produzione che va dal 1955 al 1970 e che coincide con l'età matura dell'artista, la mostra Gérard Schneider. L'abstrait lyrique, che apre i battenti giovedì 15 novembre, vuole essere un omaggio ad un grande esponente della pittura informale europea che ha continuato per tutta la sua vita a sperimentare e a rinnovarsi, giungendo ad un linguaggio molto personale completamente alieno da mode e compromessi.

Svizzero - nasce nel 1896 a Saint Croix, Vaud - Schneider nel 1916 si stabilisce a Parigi e assume, nel 1948, la cittadinanza francese. Dopo gli studi accademici all'Ecole des Beaux-Arts e i numerosi contatti con i surrealisti, i cubisti e, soprattutto, con gli astratto-geometrici degli anni Trenta, incomincia a mostrare le sue qualità di pittore in seno alla cosiddetta Jeune Ecole de Paris, costituita fra gli altri da Hans Hartung e Pierre Soulages, con cui Schneider espone nel 1947 ai Surindépendants.
Sono questi gli anni in cui la sua pittura inizia a staccarsi da qualsiasi riferimento naturalistico per arrivare a costruirsi su di un alfabeto fatto di soli segni e colori, forti e decisi, che animano la tela e non cercano di delineare alcuna forma compiuta, sino all'elaborazione di una personale concezione del gesto, generato non dall'automatismo, ma da un impulso che proviene dall'interiorità dell'artista e ne diventa quindi una puntuale registrazione, libera da qualsiasi riferimento a modelli precedenti e dalle limitazioni d'espressione che la figurazione porta con sé.
Le opere in mostra ben rappresentano questa stagione felice dove incominciano a comparire sulle tele fondi compatti, dalle tinte accese e dirette e le forme, tracciate con un pennello largo, “materico”, si muovono veloci; anche il colore quindi diventa elemento di riflessione e il termine “astrazione lirica” acquista in pieno tutto il suo significato, diventando la vera identità e sostanza dell'opera. Come si legge nell'introduzione al catalogo della mostra del 1986: “Lo slancio e l'eleganza del segno, il colore vibrante - che è struttura e poesia - sono connotazioni pittoriche non meno che umane, traduzione visibile di una suprema eleganza ed energia intellettuale, di una rigorosa tensione morale, di un profondo sentimento lirico”.

L'esposizione rimarrà aperta al pubblico fino a 19 gennaio 2013. In occasione della mostra è stato pubblicato un catalogo a colori con le 89 opere in 164 pagine con testo di Claudio Cerritelli disponibile in galleria e sul sito www.lorenzelliarte.com.

Titolo: SUL FILO DELL’ISTINTO - Gérard Schneider, la pittura degli anni ruggenti (1955-1970)

Autore: Claudio Cerritelli

Nella lunga storia creativa di Gérard Schneider, il periodo preso in considerazione in questa mostra si riferisce alla fase fondamentale che dagli anni cinquanta si dilata per tutto il decennio successivo, in un crescente sviluppo dei dinamismi gestuali del colore, verso il conseguimento della sintesi espressiva interiore, condizione necessaria per affermare l’autonomia della pittura da qualunque referente.
Del resto, già a metà del decennio Cinquanta, l’affermazione internazionale di Schneider (dall’Europa agli Stati Uniti, fino all’Estremo Oriente) conferma la riconosciuta qualità della sua ricerca pittorica, il ruolo che la sua particolare vena espressiva recita insieme con i migliori interpreti dell’espressionismo astratto-lirico, da Hartung a Soulages, solo per indicare due artisti con cui condivide in quel periodo diverse esperienze espositive.
L’orizzonte dei riferimenti è naturalmente più ampio, nell’ambito dell’arte francese la pittura di Schneider propone una visione nuova cui daranno contributi decisivi autori come de Stael, Michaux, Marfaing, Esteve e Mathieu per non parlare di altre situazioni innovative della pittura internazionale come quelle innescate da Wols e Pollock, da Hofmann, De Kooning e Kline.
Per ripercorrere -dunque- quest’intensa stagione creativa di Schneider non può esservi migliore occasione che vedere questo selezionato gruppo di opere dal 1955 al 1970 che Lorenzelli Arte propone come segno di un dialogo avviato con l’artista fin dalla prima esposizione a Bergamo nel 1959 e a Milano nella personale del 1961. Un rapporto suggellato da un contratto durato tutti gli anni ’60 e proseguito nei decenni successivi con altre mostre personali (1965-1974; 1987-1989) che indicano il persistente interesse di Lorenzelli per le avventure della pittura astratta, una passione che oscilla dalle modulazioni geometriche del linguaggio costruttivo ai valori gestuali della materia cromatica.
Proprio a questo versante di ricerca (variamente definita astrazione segnica, lirismo astratto, espressionismo non figurativo) fa riferimento Schneider nel momento in cui- dopo la decantazione equilibrata delle tensioni compositive- entra nel vivo di un ardore cromatico che divora lo spazio, lo amplifica e lo spinge oltre lo schermo del reale, in sintonia con la totalità dell’atto creativo.
La sensibilità del pittore svizzero-francese sottopone l’esperienza del colore a molteplici germinazioni della forma, flusso di cromatismi instabili che travolgono i limiti spaziali, con una profusione di gesti che infrangono regole e principi compositivi assimilati nel passato, essendo la visione del futuro a giustificare l’impegno per un nuovo orientamento del dipingere.
Rispetto alle condensazioni cromatiche del periodo appena precedente l’assetto dell’immagine assume un più acceso fervore impulsivo, il ritmico controllo delle pennellate viene coinvolto dall’azzardo di esiti imprevedibili, come se il calibrato equilibrio delle forme fosse disposto a lasciarsi sopravanzare dalla veemenza del colore, dalla potenza del gesto creatore come nell’opera esposta più volte nei maggiori musei internazionali: Opus 92B del 1955.
Per Schneider non vi è nulla che precede l’atto del dipingere, se non il desiderio di animare la superficie con una forza d’urto che congiunge nello stesso tempo l’avvolgente densità del nero, l’insorgere del rosso e dell’azzurro, con minime tracce di bianco che si staccano da tutto. L’immagine nasce dal dialogo che l’artista sa stabilire con la materia in se stessa, espressione diretta del colore, fonte di pura sensibilità, senza alcuna mediazione che non sia riconducibile all’invenzione del movimento, anima vivente del pensiero.
Nell’adottare una più rapida tecnica esecutiva Schneider esprime stati d’inquietudine e tumulti interiori attraverso gesti irrefrenabili, in questo modo costringe il colore a rivelarsi con impeto esplodente, strisciando, slittando, deviando da ogni logica precostituita con movenze che colgono l’emozione essenziale dell’attimo, l’eterno fluire degli istanti pittorici -Opus 12D, 1958-.
L’artista gestisce l’azione del colore sul filo dell’istinto, non teme di smarrirsi di fronte alle rivelazioni dell’ignoto, entra in sintonia con le forze insondabili del visibile, è padrone di ogni gesto compiuto e di quelli ancora da compiere. Questo avviene anche quando gli accostamenti tra segno e colore sembrano indipendenti dal controllo razionale, ma è proprio questo il senso dell’opera: guidare l’empito cromatico attraverso una regia di movimenti e relazioni timbriche che garantisce margini di manovra rapidi e scorrevoli.
Infatti, ogni scelta segnica e cromatica rientra nel respiro emozionale che Schneider sollecita con mezzi essenziali per liberare il corpo della pittura dai vincoli della buona composizione, dal vizio canonico del linguaggio astratto che spesso persegue l’armonia prestabilita una volta per tutte.
I dipinti di questi anni sono sintesi di energie incontrollabili, vertigini percettive legate all’impulso del gesto che dispone tracce senza un preciso progetto, con la certezza di provocare visioni debordanti, intuizioni spaziali penetranti, differenti sorgenti di luce tra contrasti e variazioni di profondità -Opus 46E, 1958-.
Le vibrazioni cromatiche evocano inquietudini interiori, risonanze animate da un senso d’instabilità che scaturisce dall’improvviso aggregarsi dei colori, ampie zone di nero, brividi di luce, macchie ombrose, squarci e torsioni.
Le frantumazioni labirintiche del segno nascono dalla capacità di fluttuare in tutte le direzioni, l’alto e il basso coincidono, i margini sono importanti quanto il centro, decisivi sono gli equilibri intermittenti tra colore e colore, tra il peso dei contrasti bianco/nero e le accensioni caloriche del giallo o del rosso.
A Schneider interessano le ambivalenze luminose, l’esplosione dei bagliori, gli sconfinamenti tra gesto e colore, gli eccessi percettivi, le fluenze mutevoli della materia legate a quell’autenticità espressiva che per l’artista è fondamentale.
Ciò non vuol dire spontaneismo cromatico fine a se stesso ma coscienza dell’inesauribile tempo-spazio della pittura, luogo di tensioni vitali che si modificano in stretta relazione con i ritmi biologici del fare, senza lasciare nulla d'intentato. La forza primaria del colore è il vero soggetto del linguaggio di Schneider, è il punto cruciale della sua visione immaginativa portata sempre al massimo grado d'intensità gestuale, coscienza di poter superare i limiti dell’umano sentire sognando l’infinito.
In alcune opere questo sentimento verso sconfinamenti illimitati è trattenuto sulla soglia dominante del nero, drammatica barriera che spinge ai margini la presenza del rosso, vibrazione che spezza l’oscurità invadente, con soffi di bianco in dispersione e un brivido di giallo nell’oscurità. Perfetto esempio ne è Opus 73D del 1958. Quanto sia difficile descrivere i dettagli cromatici che caratterizzano ogni singola opera è un fatto implicito alle dinamiche della pittura di Schneider, immagine mai risolutiva, sempre aperta alle incursioni di un diverso gesto, di un differente equilibrio tra impulso interiore e azione esteriore.
Le opere dipinte nella prima metà degli anni Sessanta sono dominate da molteplici contrasti, luci controverse scattano in primo piano come se provenissero da profondità remote, striature di giallo graffiano ampie masse annerite dagli enigmi della materia stessa, da lontano si scorgono minimi tocchi di rosso che reggono il peso incombente dell’oscurità: Opus 71E del 1960, uno dei capolavori assoluti.
Il carattere informe delle tracce dialoga con le cadenze penetranti del segno, l’immediatezza tattile del colore a olio si congiunge alla spontaneità ancestrale delle forme, le immagini evocano gorghi indistinti, stratificazioni all’origine del loro stesso primordio. Mi riferisco a: Opus 8E, 1960 e Opus 74F,1963.
La persistenza del nero accoglie la presenza di differenti sostanze cromatiche, aperture improvvise si inseriscono nei tumulti non premeditati del segno, sguardi alla ricerca di luce su luce, verde con rosso -Opus 6G, 1963-, blu con rosso -Opus 72F, 1963-, giallo con rosso e l’implacabile nero -Opus 53G, 1965-.
Il respiro corporeo del colore lascia traccia indelebile di sé, rapporto istantaneo tra pittore e superficie, tra pensiero intuitivo e azione concreta, campo percettivo inesplicabile, dove l’occhio dello spettatore è calamitato dall’intensità delle accelerazioni segniche, spostamenti trasversali tra gesto e materia, movimenti sovrapposti nella genesi del colore che si rinnova cercando profondità inesplorate al suo stesso interno.
Questa inclinazione è resa possibile dal fatto che Schneider accetta tutte le conseguenze del suo mettersi a completa disposizione dell’evento pittorico, assimila gli urti turbolenti delle forme in reciproco contrasto, con una prontezza esecutiva che restituisce ogni frantumazione nella sintesi finale dell’immagine, concentrazione di tracce divergenti.
L’automatismo segnico è sempre connesso all’ossessione del gesto, strumento di libertà a getto continuo, esso apre brecce e spiragli, travolge l’immagine secondo andamenti trasversali, dislocazioni dal centro ai margini, scontri conflittuali tra segni e macchie, sommovimenti di luce, sensazioni contrapposte che nascono direttamente dalle fibre del colore.
A metà degli anni Sessanta si fa strada un differente rapporto tra segno e superficie, i gesti cromatici sono isolati su fondi uniformi, distintamente monocromi, campiture piatte su cui risaltano striature veloci e graffiture. Questa svolta espressiva caratterizza le opere dipinte nella seconda parte del decennio, giungendo al culmine del 1970, prima del passaggio dall’olio all’acrilico, con un’intensa produzione di oli e tempere su carte di varie dimensioni, un repertorio di ricerca esemplare ben documentato in questa esposizione.
Si possono -infatti- confrontare molteplici modi di aggregare il colore in alcuni gruppi di opere affini per configurazione spaziale e qualità materica, prevale per esempio l’accentrarsi dello sguardo intorno al contrasto tra macchie compatte e nuclei disgregati, linee sfrangiate e contorni fluidi, forme isolate nella luce astratta. -Opus 55Y, 66Y, 71Y, 107Y del1968-
D’altro lato, Schneider ha buon gioco nella scelta dei colori di fondo, piatti e uniformi, fortemente estranei al corpo della pittura, in realtà la loro staticità risulta inevitabilmente complice dell’evento di cui sono fonte di luce primaria, le preferenze vanno dal bianco al nero, dal blu al giallo, dal rosso al verde.
Quest’atteggiamento è visibile in un altro gruppo di opere -Opus 37I del 1967- Opus 9Y, 16Y, 39Y del 1968- caratterizzate, volta per volta, da fisionomie imprevedibili della materia, talvolta striate da sibili stridenti, in altri casi trattate come residui d’esplosione, oppure lacerti di forme storpiate, brecce misteriose che si addentrano nei cumuli stratificati di colori, irregolari e anche dissonanti.
Al complesso clima di queste atmosfere concorrono un altro gruppo di lavori, -Opus 15H del 1967; Opus 5Y, 6Y, 57Y, 67Y, 78Y, 124Y, 135Y del 1968- dove frazioni di colore istantaneo volteggiano nel vuoto con ritmi quasi musicali, vibrazioni espressive di un alfabeto visivo legato alle dinamiche liberatorie del pensiero, alle torsioni improvvise e agli scatti curvilinei della fantasia, vitalità di segni senza referenti e, proprio per questo, protagonisti assoluti.
La fase più squillante è quella dove il colore canta apertamente nell’infinito cosmo, schegge di luce sottratte all’amalgama del caos, striature ritmiche dall’adagio al mosso, trafitture di pigmenti trattati con la spatola o con spazzola, trame indefinite per far emergere filamenti, intermittenze, trasparenze, effetti grafici che risaltano dai fondi colorati. Emblematiche ed esplicative a riguardo sono: Opus 12A del 1967, Opus 34Y del 1968, Opus Fau13 del 1969, Opus 9B del 1970.
La disseminazione delle forme è accompagnata da accordi curvilinei, flussi avvolgenti, trasmutazioni lineari, traiettorie essenziali su imperturbabili campiture, magiche movenze che danzano su stesure di luce tersa (blu, verde, rosso o viola), vastità di pensiero in cui gravitano intuizioni spaziali come presagi d’infinito.
Ogni opera è un frammento di totalità che Schneider capta nei modi più consoni al suo sentire, al suo piacere di dipingere senza limiti, desiderio di aleggiare tra visibile e invisibile, in perpetua simbiosi con le avventure del colore puro, a conferma del fatto che il valore della sua ricerca sta nella qualità creativa che ha saputo preservare durante tutte le fasi del suo percorso pittorico.