Esposizioni

Home > Esposizioni

Natalino Andolfatto & Agustin Cárdenas

23 Set 2004 - 30 Ott 2004

Opere

Agustin Cardenas
Boule n. 3
marmo statuario di Carrara
cm 56x59,5x62,5
1971
Agustin Cardenas
La grande Boule
marmo statuario di Carrara
cm 63x55x55
1971
Agustin Cardenas
Sculpture
marmo statuario di Carrara
cm 61x110x44
1971
Agustin Cardenas
Solitude
marmo greco
cm 61x66x54
1971
Agustin Cardenas
Tréfle à quatre feuilles blanc
marmo statuario di Carrara
cm 30x75x41
1970
Natalino Andolfatto
Artemide 2
acciaio
cm 140x142x165
1980
Natalino Andolfatto
Intimità
marmo di Carrara
cm 46x37,5x46
1999
Natalino Andolfatto
Finestra
marmo di Carrara
cm 45x18x35
2003
Natalino Andolfatto
Finestra
marmo di Carrara
cm 32x28x13
2003
Natalino Andolfatto
Notturno
marmo nero del Belgio
cm 47x38x22
2002
Natalino Andolfatto
Presenza statica
marmo di Carrara
cm 42,5x27x26,5
2004
Natalino Andolfatto
Sogno dell'uomo
marmo di Carrara
cm 33x16,5x14
2003
Lorenzelli Arte inaugurerà la nuova stagione espositiva 2004/2005 aprendo al pubblico una doppia mostra di Natalino Andolfatto e di Agustin Cárdenas.

Un confronto vis-à-vis tra due grandi scultori (italiano il primo, afro-americano il secondo) da sempre dediti ad un'arte antica e difficile: quella della lavorazione del marmo.

Esposte in mostra circa trenta opere di varie dimensioni. Riconducibili ai primissimi '70, i marmi di Cárdenas, assiduo frequentatore delle Cave di Carrara e già ospitato in una personale alla Galleria Lorenzelli di Bergamo nel 1971; di ultimissima realizzazione le opere di Natalino Andolfatto, che ha esposto l'ultima volta presso Lorenzelli Arte nel 1999 (cfr: Episceni, catalogo Lorenzelli Arte n°89).

Disponibile in galleria due cataloghi distinti, Lorenzelli Arte nn°108, 109 ital./ingl./franc., con testo di L.M. Barbero (Andolfatto) e antologia di testi critici (Cárdenas) e ca 25 ill. b/n.

Titolo: Agustin Cárdenas

Autore: André Breton, Parigi 1959

Cʼest la fée africaine qui fournit
La mûre, et les résilles dans les coins
A. R.



Le capacità che la natura ha donato con prodigalità alla mano degli uomini sono ormai, nel nostro tempo, sul punto di escludersi vicendevolmente. La crescente specializzazione del lavoro e lʼinvasione dei prodotti manufatti hanno come effetto di provocare una moltitudine di mani delle quali ciascuna non è più idonea che ad un minimo di funzioni e che hanno smarrito al di fuori dei clan così costituiti, lʼelementare reciproco bisogno – e non dico di più – di stringersi. È questa mano oggigiorno multipla e fuggente in ogni direzione e da ogni dove vigile che mi fa tanto piacere vedere ricomposta, cosa impossibile, nella mano di Agustin Cárdenas.

Occorre forse rammentare che la mano disponeva di ben altri mezzi che non quelli di confezionare ciò che pretendono i bisogni utilitaristici, rispetto ai quali noi siamo sufficientemente ben piazzati per sapere che essi hanno sprigionato il mostro del progresso tecnico? Originariamente preposta senza intermediari alla raccolta, la mano era fatta di tutta la sua polpa, di tutti i suoi nervi per stimare, allʼoccorrenza senza lʼausilio dellʼocchio, ciò che può, nellʼimmediato o più tardi, rispondere al desiderio. Provatolo, qualunque fosse la sua sostanza – animale, vegetale, minerale – lei era fatta per accarezzarlo lungamente, quasi come per godere di una donna. Questa mano, di volta in volta perforatrice e gaudente, è pure quella che, via via, si inventa come un commutatore elettrico. Essa tiene in sospeso ciò che lʼuomo sempre più ingordo, ed ahimè sempre più disavvezzo, aspirerebbe a vedere, a percepire, così come a sentire, a gustare in virtù della sua propria mano (pittura e scultura, musica, ecc.). Sia capace – come una libellula – la mano di Cárdenas per la nostra felicità di starsene a questo livello altamente privilegiato.

Ecco sgorgato dalle sue dita il grande totem in fiore che, meglio di un sassofono, inarca la vita delle belle.





Titolo: Agustin Cárdenas

Autore:

Nel marmo egli cerca a tentoni il frammento di vita organica che vi si occulta e che un gesto maldestro potrebbe uccidere. Così si svelano forme arrotondate, organiche, dotate di una interna struttura, una superficie tesa su uno scheletro fragile. Si tratta di colonne, di finestre, di grotte, di architetture di ghiaccio, ma sempre un erotismo sano e vitale sprizza da ogni lato sotto forma di labbra che si offrono, di ombelichi invitanti, e – deliziosa ossessione – di due piccoli seni virginali. Annotiamo ancora che nella maggior parte delle sculture, due forze si attraggono e si respingono, il maschile e il femminile: così le due forme estreme vangono allacciate con degli elementi teneri, gustosi, malleabili per dar vita a ciò che Edouard Glissant ha definito molto assennatamente “scultura tesa”.

Emile Langui, Cárdenas, scultore eccezionale, 1974


Lo slancio verso lʼalto è, anche lui, messo da parte per quello che Glissant chiama il “rotondo”, così come la fierezza maschile è sostituita dalla tenerezza femminile , la saggezza paterna per il calore umano.

José Pierre, Immagini e volti di Cárdenas, 1971 (traduzione di R. F. Buda)


Effettivamente della danza; per le loro curvature, i loro contorni, le loro cadenze ed anche la loro perpendicolarità, esse esprimono perfettamente, se non le parti sacre essenziali, almeno gli incitamenti erotici.

D. Chevalier, prefazione, catalogo Galerie du Dragon, maggio 1965 (traduzione di R. F. Buda)


D. Chevalier, prefazione, catalogo Galerie du Dragon, maggio 1965 (traduzione di R. F. Buda)
Da un lato lo slancio (i totem), dallʼaltro il ripiegamento e la concentrazione (i marmi) sono indivisibili di una ventilazione della materia: perché ci sono accanto ai vuoti scolpiti nel volume lʼabbandono alla spirale, il ritorno su se stesso, il movimento circolatorio, che uniscono i totem e i marmi, i busti risorti ed i grandi alberi bruciati, le farfalle così leggere nel loro volume con le teste strette nel duro lenzuolo di pietra. Questo mondo presente trova origine nel slanciato che forse è nella scultura lʼarte del congetturale. Esso si sviluppa nello stesso tempo nella rotondità, voluta, rialzata di spine, di dure o eleganti festoni che testimonia per la crescita e la fertilità. Per cui si può dire che le sculture di Cárdenas continuano.

Edouard Glissant, 1961.

Cárdenas appartiene in effetti a quella comunità di spiriti che, nel XX secolo, hanno saputo fare della scultura una “cosa mentale”, secondo la formula di Leonardo, senza tuttavia strapparla dalle sue radici istintuali ed inconsce. Senza strapparla nemmeno della bellezza, sia pure una bellezza che scopriva nella verità delle arti primitive dellʼAfrica, dellʼAmerica indiana o dellʼOceania il suo riferimento fondamentale. Per questo i veri “pari” di Cárdenas hanno nome Brancusi, Arp, Henry Moore…

José Pierre, Omaggio a Cárdenas, Parigi 13 settembre 1988.

Fra Cárdenas e Carrara è nata una sorta di passione, di amore assoluto, giustificata probabilmente dal senso della luce che Cárdenas già rivelava nella lavorazione del legno e che è divenuto creazione di luce nellʼarte della pietra.

André Pieyre de Mandiargues, Ringraziamo Cárdenas, 1975


Titolo: Natalino Andolfatto

Autore: Luca Massimo Barbero Palermo & Venezia 2004

Attraversando lʼarchitettura – colma di luce e spesso schermata – dello studio di Natalino Andolfatto, mi sono sempre trattenuto dal fare a voce alta una considerazione a mio parere ingenua. Lo scultore transitava tra le sue opere, con passo certo, poco più che silente, guardando il visitatore, attendendo un suo allungare di mani, un toccare le sculture; giudice riflesso di chi visitava. Eppure, tra un titolo, un materiale, una composizione ed una tipologia seducente di marmo, continuava a farsi strada un suono, una riflessione banale. Scultura dopo scultura riemergeva, rifiutando ogni categoria della storia dellʼarte. Era lì, come unʼosservazione qualunque ma sempre più pressante. Cosa cʼè in queste sculture che mi attrae? O almeno, in alcune di loro vibra, celato con la modestia dʼarte un lieve mistero, un silenzio loquace che suggerisce qualcosa, quella che un tempo si sarebbe chiamata una “Situazione”.
Ecco, alcune di loro, certi elementi, sembrano essere giunti dallo spazio, atterrati su di un piano da paesaggi fantastici, assoluti che solo le mani dellʼartista sono riusciti a raggiungere. Era questo che sentivo, la magia di figure, corpi, volumi (ma io li chiamerei Protagonisti, Personaggi) che si sono incontrati, calibrati, metafisicamente prima e fisicamente poi, posizionati sul piano, nel piano, tra i piani delle sculture di Andolfatto.
Non mi si fraintenda, lo Spazio è da concepirsi, vedersi, come un luogo tanto sognato quanto astratto, un luogo che solo lo sguardo ed il pensiero dellʼautore possono raggiungere e di conseguenza rappresentare. È curioso; sculture apparentemente ponderate e colme di volumi esatti, ad una prima vista coscientemente razionali come queste, si illuminano, movimentano, di questi incontri misteriosi, pacifici eppur densi di desiderio, di poesia.
Ma perché ho voluto – in questo breve pensiero scritto per Natalino – accennare ad una così lieve osservazione?
Tutto nasce come sempre dal caso…il più vero, lʼinatteso. Giungono le fotografie delle opere per la mostra da Lorenzelli, si erano viste le sculture insieme allo studio, senza nominarne i titoli, osservandone i materiali le composizioni. Arrivano allora le fotografie, recano i titoli, come una strana didascalia….alcune delle sculture eseguite tra il 2002 e lʼanno successivo recano costante il titolo: Luogo dʼincontro. Una, solitaria, differente, ma non eccentrica, si intitola Endover (Navicella Spaziale). Tutto ironicamente e fantasiosamente si illumina…. Il desiderio astratto e concreto di spazio, di viaggio nel mistero, dellʼincontro tra noto e sconosciuto un Luogo Desiderato…..Andolfatto… mi si rivela sognatore, utopico maestro del desiderare in scultura nuovi teatri dʼazione plastica, costruttore di nuovi paesi e inquadrature, creatore di spazi colmi di silenzio, ma irti di forza di gravità alterata, calcolata quanto sognata.
Il testo pensato prima dellʼapertura della busta contenente le fotografie, cambia improvvisamente orizzonte (e me ne scuso con lʼartista….ed il lettore)….
Questo senso del volume spaziale, del dialogo con la trasposizione ed il riposizionamento della Massa era certo uno dei punti chiave già emersi da ben più profondi studi. Ma certo, quella: <> è da sempre una chiave primaria dʼosservazione della sua opera, come scrive Luciano Caramel nella monumentale monografia su Andolfatto. No..la mia osservazione voleva essere più lieve, come un saluto..come chi, pur riconoscendo il percorso straordinario dello scultore, volesse generazionalmente scoprire differenze sottili, allʼinterno dellʼamore e dellʼinventiva che lʼartista prova per la grande tradizione scultorea, i suoi maestri, le grandi scelte, i termini propri della scultura. Che cosa ha attraversato da un certo momento il campo creativo di questo scultore? Cosa accade verso la seconda metà degli anni Novanta e che conduce a noi, adesso alle opere recenti di questa mostra? Lo spazio, la sua levità, il suo intimo costruire, proteggere, lʼessere architettura desiderabile, una architettura che proietti lʼocchio tra esterno ed interno, che ne dia le coordinate orizzontali, verticali…che custodisca un mondo di interpreti tra loro dialoganti…e che divenga teatro di misteri sereni quanto profondi.
Ecco lo spazio in cui mi sembra viaggi Andolfatto.
Ma cerchiamo di andare per ordine anche facendo riferimento ala mostra milanese di cui questo catalogo è anche documento transitante al divenire memoria stampata.
Alcuni punti, alcuni Luoghi:
Sognando del 1998 ed Intimità del 1999.
Dalla metà degli anni Novanta, che aprono con queste due opere la mostra Lorenzelli, ritrovo quegli accenti cui ho fatto riferimento. Nella costruzione spaziale, del dettare lʼevoluzione astratta e costruttiva della sua scultura Andolfatto incontra nuovi “Piani”, angoli, tangenti e perpendicoli. Articolati in scultura e posti “nella luce” questi..;creano Luoghi, Spazi, sezioni infinite: tanto teatri dʼarchitettura intimistica quanto tasselli di uno spazio ideale universale quasi strappato con estrema ratio da ogni fisicità. È una scultura che invece di porsi sfacciatamente si cela, protegge e nasconde tra luce ed ombra, tra fessure e spazi di vuoto rivelatore. Il Corpo è tuttʼuno con lo spazio, se ne ripara, si raccoglie per potervicisi collocare lieve e sereno, nella luce meridiana o umbratile che è della classicità ritrovata. In intimità, le figure discese dalla sintesi ancor più estrema di sculture tipo Figura al Sole, non hanno più bisogno di essere nominate, esposte. Un evidente senso di “raccoglimento articolato” del scivolare della luce, dellʼintersecarsi dei piani, del comporsi delle linee conseguentemente, come in una musica sintetica e superiore fatta di materia e di riflessi, costruiscono la composizione. Lʼocchio è messo nella condizione di spiarne ogni andito, girare contro e dentro i piani: osservare la levità del corpo giacente, la sua serenità ed anche il suo silenzio che vorrebbe essere eternità ed anche al tempo stesso Mistero…il Mistero che solo la Bellezza ci pone. Non ci si confonda ancora; non intravvedo in Andolfatto quello che distinti colleghi hanno giustamente puntualizzato. Non è il formalismo esatto, la manualità intoccabilmente dotata, la grande e decennale frequentazione con i grandi nomi della scultura, non lʼessere fuori da una cronaca del tempo. È il problema di queste sculture che mi agita, la loro apparentemente isolata posizione, certo quellʼalgido tradizionale porsi come sottolineano molti, ma soprattutto un'altra cosa: il fatto che lʼartista costruisca spazi dove si possa depositare lʼimmagine di un desiderio. Ancor molti hanno sottolineato il razionalismo esatto, la discendenza tradizionalista e dove io riconosco certo queste come qualità ancor più mi domando a proposito di questʼuomo che colloca frazioni di spazio, corpi sognanti e sognati e masse colme di vuoti ed aperture…ed ogni scultura invece che appesantirsene punta alla sospensione, al suono vibrato di una grande composizione dove ogni elemento gioca la sua parte si sedimenta, scivola e sospende in un volume che è si marmo..;ma soprattutto Spazio, Aria, Luce. È una scultura che esclude ogni pondus monumentale, mefitico, ridondante. È una scultura che ti lascia Solo, Solo di fronte al sogno, così come soli…..si sogna….. nel silenzio, mentre tutto narra.
Ed ecco che allora lo scultore presenta ed esegue due modalità dʼarticolazione spaziale, e….;di sguardo: i Luoghi di incontro…..e Le Finestre. Quasi consequenziali. Aprono i Luoghi di incontro, nel 2002… Il marmo nero del Belgio li costituisce…un nero che esclude persino lʼombra, diventa carne millenaria, parafrasi del silenzio eppure così loquace. La luce è di fatto fortissima, ma viva solo del riflesso..;come la luce di un pianeta satellitare, come la luce misteriosa e di riflesso della Luna, sospesa nera, nello spazio. Ogni elemento si colloca solenne e domestico al tempo stesso, dialoga con gli altri non per la sola forma ma per le proprie linee dinamiche, per la forzata staticità dellʼessere immerso in un attimo eterno;tutti giunti in tempo per esserci, per incontrare gli altri e….formare un unico corpo un luogo di Incontro dove Qualcosa accade, per sempre e mai. Ho avuto, di fronte a questi lavori, il desiderio di percorrerli, di sentirmi minuscolo esploratore di un mondo sconosciuto, di una civiltà, certo una civiltà ma a me tanto familiare quanto ignota….ed allʼombra di quei potenzialmente immensi corpi, rannicchiarmi..per ripararmi dal Tempo e cercare un poco di riparo nellʼombra, un poco di riparo dalla luce sporca e cronachistica della Contemporanità. Ma poi, il più recente, il Luogo dʼincontro del 2003 si è aperto tutto di Bianco. Non vi è stato più riparo. I protagonisti sono giunti, atterrati, materializzati in forme esatte e problematiche, mai chiuse, sempre in statico movimento, un lavoro sulla gravità serena di un corpo sul suo collocarsi su di un piano dato ed al tempo stesso sulla propria articolazione che è atomica, anatomica, e geometrica: vibrante. Il piano su cui appaiono si inspessisce, articola, interrompe colme di digressioni ad angolo, si fa base ed al tempo stesso pianeta, superficie accogliente e rifrangente, base e cielo. Ed è come se, allontanandosi brevemente…si aprissero delle finestre su questi avvenimenti misteriosi e spaziali come se lʼautore ci chiedesse di retrocedere dallʼesplorazione per osservarne alcune più inquadrate, romantiche, definite. Andolfatto colloca sul Limite della soglia della finestra i suoi corpi, i Convitati dei Luoghi dʼincontro, chiede a loro (ed a noi) di essere sospesi tra il Dentro ed il Fuori. Corpi complessi, bilanciati; costruzioni mai immobili grazie alla spinta di ogni loro linea al loro andamento di pesi, angoli, articolazioni, il loro essere “corpi” dinamici ed al tempo stesso statici. In queste Finestre avviene lʼespansione, il misterioso miracolo di qualche cosa che “ci si Annuncia”, che si sospende di fronte allo sguardo e con quello sguardo “gioca”, sino ad affascinare lentamente…a sedurre…….È il mito della Soglia, del luogo da oltrepassare, dello spazio che suggerisce, che introduce e che contiene lʼannuncio del passaggio verso un Altrove…talvolta il Vuoto, il Nulla o il nulla stracolmo come lo spazio, lʼuniverso.
Ancora una scultura per concludere questo saluto narrato alle sculture di Andolfatto…
Lʼ Alhambra del 2004… in marmo di Carrara, solenne e immenso per la sua tradizione. Ma è il seducente maleficio di una architettura sognata, lʼamore per lʼombra creata per ripararsi dal troppo sole del sud, del mediterraneo arabo dei raggi che fanno dʼogni corpo una meridiana. È lʼarchitettura di vuoti colmi di grate e volte di stalattiti, di caratteri cufici di scale interminabili che volgono al cielo e conducono invece ai sensi. In un dialogo di piani slittati, di angoli immoti Andolfatto cita e costruisce unʼarchitettura dei sensi..;che solo la luce può visitare….perché è lʼOmbra la padrona di casa..;e con magia porta ancora ai miei ricordi di un Luogo…come lʼAlhambra..in una estate lontana percorsa in un torrido giorno dʼestate…quando..…in un angolo del giardino letterario di quel luogo sospeso nel tempo e nelle fiabe colme di sangue e sensi …percorrendo una scalinata tra alberi e gelsomini stringo un corrimano in pietra e…la punta delle mie mani si immerge nellʼacqua che in esso scorre….. Sorpresa dei sensi… freschezza dello sguardo…quella freschezza eterna del trascorrere del mondo e dei sensi che il visitatore di queste sculture scopre, appoggiando idealmente la sua guancia tra lʼombra e la luce, dei lavori di Andolfatto.